MAKARI Fiction figlia di una cultura coloniale

il

di Nuccia Grassonelli

Makari. Gaetano Savatteri Savatteri
Desidero esprimere una mia personale considerazione in merito alla terza puntata della fiction Makari.
Premetto che non ho letto i libri dell’autore.
Sono dell’opinione che sia un errore confrontare l’opera
di Savatteri con Camilleri e non perché ritengo quest’ultimo sia migliore del primo semplicemente perché penso trattasi di persone che esprimono in maniera diversa la loro sicilianità.

Al di là delle nostre considerazioni, penso l’autore avrebbe potuto restituire un’immagine migliore della nostra identità rispetto a quella emersa dalla fiction.
Chiarisco: mafia. Tutto è mafia. I nostri rapporti quotidiani sono contaminati dalla parola mafia. Ho colto alcuni spunti.
1) la famiglia. Il riferimento alla famiglia Corleone mi è sembrata infelice.
2) la colla nella serratura: mafia.
3) i due ragazzi sul motorino attivisti antimafia. Lei insolente, lui che sputa a terra. Sgradevole.
4) l’uomo che getta a terra la carta e Claudio Gioè che, indignato la raccoglie e la mette in tasca perché lui è dotato di senso civico perché ha lavorato al Nord, mentre il siculo non lo possiede.
Pensavo l’autore fosse ben al di sopra di certi stereotipi e ben lontano da certi conformismi, invece credo abbia ben interiorizzato quelle variabili tipiche di una cultura da inconsapevole colonizzato. Un po’ come tutti noi.

La cultura è e deve essere lo strumento attraverso il quale elevarsi e misurarsi. Se ci si mantiene al di sopra di essa allora si avrà una società sana, solidale. Se invece ci si pone al di sotto di essa allora si viene a creare quel sottobosco culturale i cui effetti degradanti sono sotto gli occhi di tutti. Le fiction sono importanti perché per molti giovani esse rappresentano dei riferimenti emozionali importanti per la loro crescita per cui il messaggio deve essere speciale.

Chiariamo un aspetto.
Un esempio. Se domattina mi alzo e dico che Milano è sporca e corrotta susciterei l’indignazione dei milanesi. Se invece dico che la Sicilia è mafiosa tutto rientra nella normalità. L’accettiamo. E sbagliamo perché una cosa è dire che in Sicilia c’è la mafia, un’altra che essa è mafiosa. Perché se dico che è mafiosa significa che i nostri rapporti sono intrisi di mafiosita per cui se vado dal macellaio, dal fornaio, dal notaio od altro significa che le nostre azioni sono false, intrise dal male. È come se l’essere siciliano racchiudesse in sé gli estremi di reato. E questo non mi garba.

La cultura è trasmissione di valori, di legami sentimentali, di idee di bellezza. Esiste una Sicilia diversa. La Sicilia dei sapori, degli odori, del sugo di pomodoro, da cubaita, del paniere, ‘u panaru che considero patrimonio dell’umanità sicula un contenitore di emozioni, di vita di condivisione tra le persone. Esiste ‘u curtigliu, le sedie sulle quali siedono gli anziani sul pianerottolo di casa, i robbi stinnuti na curdina, il caffè offerto dal vicino di casa. Realtà meravigliose.


Avrebbe potuto far leva su tali emozioni ma ha preferito puntare su altre dimensioni.
È questo il messaggio che avrebbe dovuto trasmettere: quello di una Sicilia fatta da persone perbene.
E sono certa l’autore sia in grado di esprimere una sicilitudine diversa da quella scaturita da Makari che ritengo invece una qualità narrante figlia della cultura coloniale.
Con stima.