Il giorno dell’Annunciazione in Sicilia: dall’incoronazione di Federico III alla rifondazione del Regno

di Fabio Petrucci

La data del 25 marzo, giorno che nel calendario cattolico corrisponde alla ricorrenza dell’Annunciazione, coincide con due eventi assai importanti per la storia politica della Sicilia: l’incoronazione di Federico III nel 1296 e la rifondazione del Regno nel 1848, conseguenza della rivoluzione del 12 gennaio.

Re patriota per eccellenza, campione dell’indipendenza siciliana, Federico III è stato uno dei più grandi sovrani della plurisecolare storia del Regno di Sicilia. Dopo essere stato acclamato re per volontà dei suoi sudditi, il 25 marzo 1296 cinse finalmente la corona appartenuta ai suoi avi dei casati d’Altavilla e Hohenstaufen.

Figlio terzogenito di re Pietro III d’Aragona e della consorte Costanza di Sicilia, figlia di re Manfredi nativa di Catania, Federico era giunto nell’isola nell’aprile del 1283, undicenne, a un anno di distanza dalla rivoluzione del Vespro che aveva portato sul trono siciliano i suoi genitori.

Costanza II di Sicilia, madre di Federico III

Una prima occasione per cingere la corona di re di Sicilia Federico l’ebbe già nel 1291, quando alla morte del primogenito Alfonso, re d’Aragona dal 1285, il secondogenito Giacomo, re di Sicilia dallo stesso anno, avrebbe dovuto rinunciare alla corona dell’isola per sostituire il maggiore dei fratelli nella penisola iberica. Tuttavia, Giacomo, contravvenendo alla volontà paterna, decise di mantenere il controllo di entrambe le corone in unione personale, stabilendosi a Barcellona e delegando Federico come suo vicario in Sicilia.

L’incarico di luogotenente e vicario generale del Regno fu ratificato dal Parlamento riunito a Messina il 12 luglio 1291. Affiancato dalla madre Costanza, Federico poté così iniziare a cimentarsi nell’amministrazione del Regno, sebbene considerevolmente limitato dai frequenti interventi del fratello negli affari di Stato. Pochi anni dopo, tuttavia, un evento inaspettato aprirà la strada di Federico verso la corona reale.

La stipula del Trattato di Anagni il 20 giugno 1295, con la rinuncia di Giacomo al Regno di Sicilia in favore degli angioini scacciati nel 1282, fu infatti interpretata dai siciliani come un autentico tradimento. In risposta alla clamorosa decisione di Giacomo, il Parlamento siciliano non poté che vedere nel giovane Federico il salvatore dell’indipendenza del Regno. Egli, infatti, aveva già dato prova di buone capacità di governo e di profonda lealtà alla causa isolana, impegnandosi a livello diplomatico per ostacolare le manovre politiche del fratello.

Disposto l’abbandono effettivo della Sicilia a inizio novembre, Giacomo revocò la luogotenenza a Federico, ma la risposta siciliana non tardò ad arrivare. L’11 dicembre il Parlamento siciliano riunito a Palermo acclamò Federico come “signore della Sicilia”. Un mese dopo, il 15 gennaio 1296, con un’altra seduta parlamentare questa volta tenutasi a Catania, Federico fu eletto re di Sicilia.

Bandiera del Regno di Sicilia, con le aquile sveve e i pali d’Aragona, istituita da Federico III nel 1296

Per la solenne incoronazione presso la Cattedrale di Palermo, dove tutti i suoi avi a partire da Ruggero II avevano cinto la corona siciliana, fu scelta una data altamente simbolica. Il 25 marzo, infatti, era il giorno dell’Annunciazione, che a quel tempo costituiva la data d’inizio dell’anno civile. Quel 25 marzo 1296, inoltre, coincideva con la più sacra delle domeniche: la domenica di Pasqua.

Come i suoi predecessori, Federico fu incoronato con i titoli di “re di Sicilia, duca di Puglia e principe di Capua”, manifestando anche in tal modo la continuità con l’età normanno-sveva. In maniera ancora più simbolica, con la chiara intenzione di richiamarsi allo Stupor Mundi Federico II, suo bisnonno, il sovrano scelse di intitolarsi “Fredericus tercius” (Federico III), benché in termini numerici fosse solo il secondo Federico a regnare sulla Sicilia.

Con l’incoronazione del 25 marzo 1296 ebbe inizio il lungo e glorioso regno di Federico III, che tra guerre contro mezza Europa e trattati diplomatici, avanzatissime concessioni costituzionali e sviluppo dell’identità nazionale siciliana, segnò indelebilmente il destino dell’isola fino alla sua morte nel 1337.

Scontri tra rivoluzionari siciliani ed esercito borbonico il 12 gennaio 1848 di fronte al Palazzo Reale di Palermo.

Molti secoli dopo l’incoronazione del re patriota, la solenne riapertura del Parlamento siciliano il 25 marzo 1848, a trentatré anni di distanza dalla sua forzata soppressione per mano di Ferdinando I delle Due Sicilie, segnò l’atto di rinascita del Regno di Sicilia indipendente.

«Il più solenne giorno della nostra rigenerazione è imminente: mentre tutta la cristianità esulta in quel giorno e festeggia l’Annunziazione di Maria Vergine, i rappresentanti della nazione Siciliana, sotto l’egida del suo nome benedetto si riuniscono in questa eccelsa Città, che ha riconquistati col sangue i suoi antichi diritti e l’indipendenza. Mirabile esempio abbiamo noi dato all’Europa…»: sono queste le parole con cui ha inizio l’avviso di riapertura del Parlamento siciliano firmato dal presidente del Comitato generale Ruggero Settimo il 23 marzo 1848.

Convocato nel giorno dell’Annunciazione, il ricostituito Parlamento di Sicilia riaprì i battenti presso la Chiesa di San Domenico a Palermo, scelta in virtù della sua notevole ampiezza, congeniale ad un’adunata parlamentare di grande importanza, aperta ad un gran numero di delegati ed invitati. Resa ancora più sacra da un cerimoniale preparato in maniera certosina, la riapertura dell’antico Parlamento siciliano fu preceduta da una messa solenne e da specifiche benedizioni.

Chiesa di San Domenico – Palermo

Dopo l’espletamento dei riti religiosi, il presidente del Comitato generale Ruggero Settimo, salito su di un’apposita tribuna preparata per l’occasione, pronunciò il suo lungo ed accorato discorso d’apertura. Nel corso di esso il presidente sottolineò la «fede nel sentimento politico che fu sempre in fondo del cuor d’ogni Siciliano, l’amore cioè della libertà, la coscienza dei nostri dritti costituzionali, e la convinzione che la Sicilia non dovesse dipendere da nessun altro stato».

Al termine del discorso di Ruggero Settimo, ricco di riferimenti ai conflitti intercorsi tra la Sicilia e la dinastia borbonica dal 1812 in poi, si aprirono ufficialmente i lavori parlamentari. Il giorno seguente arrivarono i primi decreti. Il Parlamento che tanta parte aveva avuto nella storia di Sicilia sin dai tempi della fondazione del Regno nel 1130 si faceva per l’ennesima volta artefice dei destini dell’isola. E in quel giorno, dopo essere stato illegalmente soppresso l’8 dicembre 1816, il Regno di Sicilia rivide la luce.

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