È la politica lontana dai Siciliani o sono i Siciliani lontani dalla politica?

di Massimo Costa (professore ordinario all’Università di Palermo di Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche)

C’è chi sostiene che questa politica, in odore di corruzione, allontana i Siciliani dalla politica. Mi sono chiesto se è davvero così. Quando è cominciata la commistione tra politica e affari? Secondo me con l’uomo primitivo, inutile cercare un punto di rottura. Poi ci sono stati periodi di maggiore o minore corruzione, certo…

La Sicilia di Antico Regime era una monarchia di facciata, con re straniero, ma in realtà era una repubblica oligarchica con il potere condiviso tra varie classi, con al centro la potente aristocrazia palermitana (ma mai in maniera assoluta). In quel caso il potere era tutto negoziale, e non era pensabile la corruzione nel senso moderno del termine: quella ufficiale era tollerata e legittimata dentro le istituzioni post-feudali, quella oltre certi limiti era punita con la forca.

La Sicilia costituzionale (1812-16) è troppo breve per essere giudicata. La Sicilia sembrava avviarsi a diventare un paese europeo normale, ma il processo fu interrotto bruscamente.
Poi la Sicilia perse Stato e Rappresentanza politica. Dal 1816 al 1947, con brevi interruzioni ed eccezioni, abbiamo avuto in sostanza uno stato di polizia. In questo brodo è nata la mafia come strumento di potere di uno Stato che non era in grado di tenere l’ordine per le vie ufficiali. La corruzione e la raccomandazione divennero giocoforza un carattere strutturale.

Il potere post-feudale restò, questa volta però del tutto fuori dai fari della legalità, incistato nelle pieghe dello stato italiano (o duo-siciliano per un certo tempo) e dei suoi apparati.
Poi arrivò finalmente la democrazia, con la Regione, nel 1947 (o se vogliamo un anno prima con la Costituente e le prime elezioni comunali).
Ma questa “democrazia” nacque malata. Si instaurò da subito una politica post-feudale, dove si votava per appartenenza e per favore, l’unica conosciuta da secoli dai Siciliani. Ma con una dialettica politica vera, questo sì.

Quando Federico III introdusse elezioni municipali e “squittini” (scrutini) nei Comuni Siciliani, l’Italia era in mano a podestà, signori e dittatorelli vari. Noi abbiamo secoli di Parlamento e di politica alle spalle, ma questo non significa affatto “democrazia”…. Torniamo all’oggi però.
Qual è la differenza tra la I Regione, parlamentare (1947-2001) e la II, presidenziale (2001-2021) sotto questo aspetto? Non sembra cambiato nulla. I Siciliani che votavano per convinzione ideale erano pochi anche allora. Però allora votavano più del 90% degli aventi diritto, oggi siamo in picchiata, veleggiando verso il 40%, con un trend di disaffezione che cresce inesorabilmente. Quindi qualcosa è cambiato.

E che cosa è cambiato dunque?
Secondo il mio modestissimo parere questo. La I Regione, come la vecchia repubblica feudale del Regno di Sicilia era sì un regno di “notabili”, ma quei “notabili” erano in grado di dare, non in maniera indifferenziata ai cittadini, ma un po’ a tutti, come “gruppi”, per “appartenenza”. La politica dava risposte, non come “diritti”, ma come “favori”, ma le dava. I Siciliani erano abituati atavicamente a questo regime. “A cù’ apparteni?” Cioè a quale masnada baronale fai capo? È dai tempi dei Chiaramonte e degli Alagona che si ragiona così.

E non era tutto male come spesso si pensa. Una terra sostanzialmente libera, fatto salvo l’ossequio formale a un re lontano, in cui i ceti più umili avevano i loro diritti, non uguali a quelli dei privilegiati, ma li avevano. Senza saperlo, Salvo Lima fu l’ideologo di questo regime: “Quannu ‘a pignata vugghi av’a vùgghiri pi tutti”.


Poi venne il declino dello Stato italiano; declino con radici europee. E lo sfruttamento della Sicilia si fece (e si fa) sempre più brutale (magari potremmo pensare alla tragedia del Recovery Fund, attratto all’Italia per merito delle regioni povere, speso nelle regioni ricche, e – per la parte di debito – ripagato poi dalle regioni povere).

In questo saccheggio disperato e brutale la politica siciliana non si è rinnovata. Ma semplicemente, privata di risorse che ormai devono andare altrove, NON È PIÙ in grado di dare risposte a nessuno.
E il Siciliano che fa dunque? Intanto per la maggior parte non sa da dove deriva il declino, anzi il collasso socio-economico che lo circonda, e perde fiducia in tutto e in tutti. Ogni tanto dà di testa, vota d’opinione, vota populista. Ma sbaglia. Comincia con la Rete negli anni ’90, poi sarà Silvio, poi i 5 Stelle, qualche fuoco effimero per Salvini. Segue presto o tardi la disillusione e quindi il totale disimpegno.

Nel frattempo le truppe cammellate delle clientele tengono in piedi il teatrino, più quei “quattro gonzi” (non me ne vogliano) che credono ancora nella politica italiana. Ma sono sempre di meno.
E questo mi fa sperare, mi fa ben sperare. Perché questa affluenza si affievolirà tanto che fra poco un pugno di patrioti potrà rovesciare tutto con il semplice voto d’opinione.
La vecchia politica siciliana è come un mobile tarlato che sta per cadere.

Il colonialismo italiano è brutale perché è terminale. Il Sicilianismo, presto o tardi, travolgerà colonialisti ed ascari. Si tratta solo di organizzarlo. Ma con prudenza. I Siciliani non sono abituati alla democrazia, ma ad un ordinamento repubblicano oligarchico. Non cercano un Duce, né saranno mai attivissimi cittadini. Cercano sempre una classe dirigente che li guidi al benessere e alla libertà, mentre loro restano in relativo disimpegnati. Ed è su questa che si deve lavorare oggi, lavorare molto.

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