L’Europa dei popoli? No quella che conviene

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di Willy Münzenberg

Molti si chiedono perché le classi dirigenti italiane – imprenditori, politici, professori universitari e dirigenti di pubbliche amministrazioni e aziende pubbliche – siano favorevoli all’euro, cioè al sistema di cambi fissi imperniato sul marco che crea una moneta emessa dalla BCE senza alcun limite, ma sempre a debito degli Stati come farà Draghi erogando 3mila miliardi alle banche a tasso nullo e acquistando dagli Stati direttamente i buoni del Tesoro, salvandoli così dal default sul debito pubblico che avrebbe sancito la fine dell’euro.

Alcuni analisti lo spiegano, dopo aver previsto ad agosto il crollo del mercato immobiliare a Milano e quello dell’economia italiana, centrata in modo sbilanciato e pericoloso proprio su Milano. La risposta sta tutta in questo grafico.

Bilanci delle Banche centrali in seno al “Target2”

Che mostra come i bilanci delle varie Banche centrali in seno al cosiddetto “Target2” già a giugno toccavano un nuovo record: +995 miliardi per la Germania e -537 miliardi dell’Italia. Il saldo negativo della Banca d’Italia indica creazione di moneta della Banca Centrale (Mbc) verso banche di altri Stati con l’euro. Tradotto, significa che le classi dirigenti italiane hanno portato in Germania 537 mld fino a giugno scorso. Ovvero, la “fuga dei capitali”.

In cerca, ovviamente, di sicurezza anche senza alcun rendimento. Sono i soldi della classe dirigente italiana, ben felice che siano in euro e non in deboli lire che, certo, sostenevano le esportazioni italiane. Ma che rendevano il potere di acquisto degli italiani all’estero troppo debole, per i desideri delle ricche famiglie italiane.

Perché dunque anche gli imprenditori siano fra coloro che vogliono conservare l’euro, nonostante abbia sostanzialmente distrutto le loro aziende, è semplice da comprendere. Non sono più, dagli anni ’90, imprenditori: ma redditieri che hanno messo a profitto l’immenso patrimonio delle aziende pubbliche o delle concessioni italiane – si pensi solo ad Autostrade, alla Sip-Telecom o ai treni ad alta velocità – e ora, dopo averne beneficiato per oltre 25 anni, dal 1993 inizio delle rovinose privatizzazioni, hanno il fondato timore di perdere tutte le ricchezze accumulate.

Di qui, l’arrivo al governo del banchiere centrale che ha salvato l’euro, e i loro patrimoni, al governo dell’Italia deindustrializzata da 20 anni di euro. Molti si dicono sicuri che lui, artefice con l’ex Partito comunista e con la corrente di “sinistra” della Dc, delle privatizzazioni, completerà la dismissione di Eni, Enel e Finmeccanica, aumentando ulteriormente l’austerità economica inasprendo la tassazione sul grande patrimonio immobiliare italiano. Dando così il colpo di grazia a ciò che resta dell’economia italiana.

Ma noi, pensiamo diversamente che l’allievo di Federico Caffè chiuderà la sua carriera pubblica tornando agli insegnamenti del grande economista abruzzese. Sa benissimo che per far ripartire l’economia italiana serve una gigantesca iniezione di liquidità: non i sogni dell’inesistente “recovery fund”, ma il gigantesco risparmio italiano: 900 miliardi nei forzieri del Credito Italiano e 800 miliardi in quelli della Banca Commerciale.

Li mobiliterà obbligando le due banche milanesi ormai controllate da capitali esteri a prestarli alle imprese, private e pubbliche: “Se non lo fate, siete voi stesse a rischio. Perché dopo di me, l’Italia dichiarerà il default sul debito, con la fine dell’euro, e il vostro fallimento”.

In pochi mesi, l’economia italiana in ginocchio si risolleverà. Ma Draghi sa anche molto bene che il tempo dell’euro è concluso. Il suo ruolo sarà quello di gestire in modo ordinato la sua conclusione, e il ritorno alle valute nazionali.