Il futuro nella lingua siciliana lo trovi nel suo passato!

di Fonso Genchi

Ogni tanto si legge qua e là che “la lingua siciliana non ha il futuro”. E non solo. A volte si tirano pure delle conclusioni di carattere extra-linguistico: non avendo il siciliano (inteso come “idioma”) il futuro (inteso come tempo verbale), anche il siciliano (inteso come abitante della Sicilia) non avrebbe la capacità di pensare al futuro (inteso come “tempo a venire”). 

Le elucubrazioni di alcuni scrittori – per esempio Sciascia – facevano e, forse, fanno ancora colpo su chi aveva e ha – o “ama” avere – una concezione della Sicilia come “terra speciale ed irredimibile” e, appunto, “senza futuro”, concorrendo ad alimentare ulteriormente tale visione mitica (per non dire stereotipata) dell’Isola e della sua gente.

Non credo proprio ci sia alcuna relazione tra come si esprime (perché di questo si tratta e non di assenza) il futuro in una lingua e, in particolare, nella nostra lingua siciliana, e una presunta visione pessimistica del domani o incapacità a pensare in prospettiva o altre minchiate simili eventualmente attribuibili al popolo che quella lingua parla.

Ma voglio adesso passare a parlare di futuro in termini strettamente linguistici:

Per esprimere un’azione da compiersi nel futuro, la lingua siciliana offre più di una possibilità. Per chiedere ad una persona “Domani a che ora ti alzerai?” oggi diremmo in una di queste due maniere:

1. “A chi ura ti susi dumani?”;

2. “A chi ura t’ha’ a sùsiri dumani?”.

Fino a qualche secolo fa – e ne sono testimonianza varie grammatiche dell’epoca – esisteva anche una terza possibilità (che, comunque, nessuno ci impedisce di usare anche oggi): “A chi ura ti susirai dumani?”.

Probabilmente è stata proprio la caduta in disuso di quest’ultima possibilità a far dire a Sciascia – ma non solo a lui – che in Siciliano non esiste il futuro. Il che non è linguisticamente vero. Infatti non sta scritto da nessuna parte che il futuro debba esprimersi per forza con forme sintetiche o univerbate (cioè per mezzo di una unica parola) che dir si voglia. Infatti sono moltissime le lingue in cui il tempo futuro si esprime non in maniera sintetica ma con delle perifrasi (e la gente che le parla non ha alcuna incapacità di pensare in prospettiva futura…). E inquelle lingue in cui si esprime con forme sintetiche queste, spessissimo, sono, in realtà, univerbazioni.

Dice il prof. Salvatore Trovato, ordinario di Linguistica generale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania:

“Non è vero che il Siciliano non ha il futuro. La realtà è che lo esprime in maniera diversa dall’italiano. Così, mentre in una frase come “dumani partu pi Milanu” l’idea del futuro è affidata all’avverbio temporale “dumani”, in “a duminica aju a partiri pi Milanu” il futuro è espresso dal costrutto “aviri a + infinito”: è cioè espresso mediante una perifrasi. Quanto al futuro italiano, poi, apparentemente sintetico, non è inutile ricordare che anch’esso muove da una forma perifrastica del tipo amare ho, partire ho (nel latino volgare amare-ao) e sim. E nello stesso latino ama-bo, lauda-bo ecc. sono in origine forme perifrastiche che avevano il valore di «sono nell’amare» e «sono nel lodare». Solo la conoscenza può far crollare i pregiudizi fin qui analizzati e tanti altri ancora. L’università e la scuola, se collaboreranno, potranno neutralizzarli”.

In definitiva, il futuro italiano “leggerò” non è altro che la forma univerbata di “leggere ho” (leggerai -> leggere hai; leggerà -> leggere ha; leggeremo -> leggere avemo/emo; leggerete -> leggere avete/ete; leggeranno -> leggere hanno). In Siciliano, probabilmente, si diceva tanto “lèggiri haju”, quanto – anteponendo il verbo avere – “haju a lèggiri”. La prima forma ha dato le forme univerbate, oggi andate in disuso e, probabilmente, prima usate in ambienti colti certamente in Siciliano scritto); la seconda forma, forse più “volgare”, è rimasta ed è arrivata sino a noi. 

Le forme univerbate (o sintetiche che dir si voglia) del tipo sarrò, amirò, vivirò ecc. usate da alcuni scrittori siciliani, sarebbero per alcuni delle influenze della lingua italiana che non avrebbero alcun fondamento nella tradizione linguistica siciliana; ciò non è per nulla vero: esse sono attestate anche in documenti in lingua siciliana dei secoli XIV e XV, secoli in cui il Toscano non esercitava alcun influsso sul Siciliano (anzi era proprio il Siciliano ad aver esercitato, poco prima, degli influssi sulla lingua letteraria toscana).

A seguire elenco solo due – a mo’ di esempio – delle numerosissime attestazioni di futuri sintetici nel Siciliano antico:

Lu quartu comandamentu è tali: “Honura lu tuo patri et la tua matri, et vivirai longamenti supra la terra”

[Libru di li vitii et di li virtuti (1360-1379)]

(…) non livirìa la vita ad Adam quandu et da mentri ki Adamamirà Deu.

[Sposizione del Vangelo della Passione (1373)]

dello stesso autore:

https://360econews.wordpress.com/2018/12/25/sulla-sicilia-feltri-mente-sapendo-di-mentire/

https://360econews.wordpress.com/2019/01/11/il-mistero-della-monna-nina-siciliana/?preview=true

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