L’identità di un popolo ha in sé la chiave della libertà.

di Ciro Lomonte

Negli ultimi giorni l’Armenia è stata costretta, a seguito del breve conflitto con l’Azerbajgian e dopo un accordo di pace subito come l’ennesima violenza anticristiana su una popolazione che dall’Islam ha patito ogni sorta di persecuzione e genocidio per secoli, a cedere all’aggressore azero il territorio del Nagorno-Karabakh. Prima di andarsene, migliaia di cittadini stanno bruciando le loro case e stanno addirittura portando via le tombe dei propri cari per non lasciare nulla di cristiano in mano all’occupante musulmano.


L’anziana che dice addio al villaggio, l’uomo che bacia la casa, un altro che salva i peluche dei figli prima di dare fuoco a tutto, un preside che brucia la propria scuola, chi porta via le tombe, chi un cavallo… Siamo nel Karabakh armeno riconquistato dagli azeri, terra da sempre rifugio dalle persecuzioni turche.

Vite, storia, identità, memoria di un grande popolo senza pace e senza amici per sempre cancellata. Un popolo sterminato per un terzo dai turchi cento anni fa. L’esodo degli armeni è ora senza ritorno e le responsabilità sono di tanti, ma è la nostra sottomissione all’Islam – la paura di offendere, di perdere i contratti, di essere attaccati o ricattati – che produce queste catastrofi nel silenzio di un Occidente vile che ignora la sorte di cristiani uccisi ed esiliati in quanto cristiani e con essi le origini della propria civiltà.
Al di sopra di tutto c’è la preoccupazione e il dolore per il popolo armeno che soffre. Poi c’è il timore per la distruzione dei loro monasteri nei territori occupati del Nagorno-Karabakh. Purtroppo è successo in passato con i Kachkar (le croci scolpite nella roccia), vere opere d’arte nel Nakhichevan. L’architetto Maxim Atayants ha mostrato di recente la bellezza delle chiese armene ricostruendone una. Conservarle è come lasciare accesa una fiammella di speranza nella libertà di un popolo dalla forte identità.

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