LE POLITICHE NEOLIBERISTE NON SI POSSONO CURARE CON CENE MULTIETNICHE.

il

di Giacomo Sferlazzo

Ancora una volta tutto il dibattito sulle migrazioni si è spostato su una discussione basata sulla polarizzazione che ha caratterizzato gli ultimi decenni e cioè su una contrapposizione che parte da uno schema binario da cui è difficilissimo sottrarsi e non finire triturati.

C’è un primo problema che è l’assenza delle voci delle persone migranti dipinte di volta in volta come “invasori”, “terroristi” oppure come i “poveri cristi”, che hanno bisogno di essere salvati, curati, “risorse” che serviranno alla nostra economia e bilanceranno il nostro calo demografico etc. etc.

Se ascoltassimo le parole delle persone intrappolate in Libia, oramai da anni, scopriremmo che queste, molto spesso, sono state adescate da reti criminali africane con la promessa di una “vita migliore”, persone che si sono ritrovate ad essere schiavizzate, torturate e in certi casi costrette a combattere. Come è stato documentato da Michelangelo Severgnini in “Exodus – fuga dalla Libia”, molti di loro chiedono di essere riportate nel proprio paese, altre sono richiedenti asilo politico e andrebbero portate in Europa in sicurezza, con voli di linea, questo però presuppone una volontà da parte degli stati europei che non c’è.

Queste persone vengono utilizzate come arma di ricatto e si trovano ad essere merce di scambio per il traffico di petrolio che gli stati europei e la Turchia fanno con la Libia. La Libia ricordiamolo è un paese che è stato volutamente disgregato in cui ci sono due governi: uno quello fantoccio di Sarraj voluto dall’Europa per dividere la Libia in aeree di interesse governate da milizie senza scrupoli, le stesse che vengono finanziate dall’UE e che oltre a gestire il traffico di migranti gestiscono anche i centri per migranti e la Guardia Costiera libica, l’altro governo quello di Haftar che ha l’appoggio della maggioranza dei libici e dei paesi della Lega araba ad eccezione di Qatar e Somalia, per diverse ragioni vicine alla Turchia e che è l’erede di Gheddafi, il “terribile dittatore” fatto fuori perché non garantiva gli interessi delle multinazionali del petrolio e che aveva avviato un processo di indipendenza economica dell’Africa. Ricordiamo anche che l’attacco alla Libia di Gheddafi fu supportato da tutto il mondo pro-immigrazione comprese alcune delle più grandi e importanti ONG.

Bisognerebbe ascoltare anche le voci delle persone migranti schiavizzate nelle campagne italiane, lavoratori invisibili che vivono situazioni abitative e sanitarie che sono disumane e degradanti. Tutti conoscono le condizioni di questi lavoratori senza cui la grande distribuzione andrebbe in frantumi.

Ed è proprio il lavoro il tema centrale rispetto alla mobilità delle persone. Le leggi fatte a partire dalla metà degli anni ottanta con gli accordi in seno al WTO (organizzazione mondiale del commercio) che hanno l’intento di abbassare i diritti, le condizioni di vita e i salari dei lavoratori e concentrare la ricchezza in poche mani. Da un lato si è proceduto a cercare manodopera a costi sempre più bassi esportando le aziende all’estero, dall’altro creando il cosi detto “esercito di riserva” dei lavoratori extracomunitari, criminalizzati da un lato e santificati dall’altro ma nei fatti in stato di schiavitù (I famosi lavori che “gli italiani non vogliono più fare”) che vengono fatti entrare in competizione con i sempre più precari e senza diritti “lavoratori comunitari” che a loro volta si trovano a migrare ma con voli di linea.

Ai “porti chiusi” si contrappongono i “porti aperti” alla Nazione il “villaggio globale”. Il tentativo di smarcarsi da queste retoriche viene spesso bollato con termini come “rossobrunismo” o “filoleghismo” da parte della sinistra, mentre a destra si utilizzano aggettivi come “falsobuonismo” o la parola “comunismo” svuotata di ogni significato storico e filosofico.

Per quanto mi riguarda e per quello che ho potuto studiare la presenza del centro per migranti a Lampedusa ha provocato un aumento delle persone migranti portate sull’isola e la militarizzazione sempre più crescente, inoltre ha reso Lampedusa un grande palcoscenico mediatico in cui le mistificazioni hanno sostituito nella rappresentazione dominante la realtà complessa che stiamo vivendo da decenni. Tra l’altro la presenza del centro per migranti è stata imposta contro la volontà della maggioranza dei lampedusani.

Il problema centrale rimane il sistema economico capitalista che ha fatto del profitto l’unico fine sociale e politico sacrificando sull’altare del Dio denaro ogni valore e ogni idea. Per sovvertire questo sistema non abbiamo armi abbastanza forti in questo momento, specie in Europa, che è oramai totalmente asservita all’agenda di multinazionali e banche ed in cui le fasce più deboli sono schiacciate da condizioni di lavoro sempre più massacranti, in cui le periferie sono divenute vere e proprie gabbie dove al disagio degli abitanti si somma quello delle persone migranti. La sanità, l’istruzione e i servizi di base sono state completamente smantellate. Il grado generale di cultura abbassato in maniera allarmante. In questo arido deserto aumenta l’odio e il razzismo. Il problema è che queste due piaghe sono la conseguenza delle politiche neoliberiste che non si possono di certo curare con cene multietniche, i sermoni della piccola e media borghesia di sinistra o come D. Hunter mette in luce nel romanzo autobiografico “Chav”, tanto crudo quanto illuminante, con il circuito antirazzista europeo. D’altronde come spiega in maniera esauriente Hosea Jaffe “il razzismo in Europa Occidentale e nel Nord America non è sdradicabile entro la struttura del capitalismo, cioè entro la struttura dell’imperialismo”.

A Lampedusa tutte le contraddizioni che animano la questione delle migrazioni si incrociano con le narrazioni sui lampedusani. Anche queste infarcite di retoriche e di un’incapacità di leggere le contraddizioni. Il recente esempio dei “cani mangiati” è esemplare, c’è chi ha gridato allo scandalo e chi ha bollato come una fake news la testimonianza di una lampedusana che da anni lamenta il fatto che nel suo terreno adiacente al centro per migranti bivaccano persone uscite dall’hotspot, sporcando e uccidendo animali per mangiarseli.

Personalmente ho visto con i miei occhi un paio di anni fa la campagna di questa signora, e posso dire che è vero che nel suo terreno c’erano materassi, coperte, bottiglie di birra e resti di brace, cosi come posso dire con sicurezza che da anni la stessa signora ha allertato sia i gestori dell’hotspot che i carabinieri ma che nei fatti nulla è cambiato. Non credo che il problema sia se i cani siano stati mangiati o meno, io non mangio carne dall’età di 15 anni e non trovo differenza tra la carne di un cane o di un coniglio ma sono abituato a non giudicare chi mangia carne, credo che entrino in gioco diversi fattori, quello culturale, quello spirituale e quello della fame, la maggioranza delle persone mangerebbe qualsiasi cosa se è presa dalla fame. Non credo che qualcuno abbia mangiato dei cani ma non poso neanche escluderlo totalmente. Ma già il solo parlare di questo è indice del livello del dibattito generale.

Il punto è che se un cittadino denuncia un problema del genere e non ha nessun tipo di risposta da parte delle istituzioni si sta alimentando un clima di intolleranza e di incertezza che può portare all’esasperazione.

Per altri versi si potrebbe dire la stessa cosa del continuo ritardo dei pagamenti degli operatori ecologici, denunciato a tutti i livelli ma mai risolto, oppure delle condizioni di lavoro degli stagionali costretti a turni massacranti, senza giorno libero, spesso in assenza di contratto e TFR senza che nessuno faccia qualcosa.

Come il fatto più volte documentato dei pescatori lampedusani che non riescono più a pescare nelle acque territoriali perché occupato da marinerie straniere, fatto denunciato più volte alla Guardia Costiera e anche questo irrisolto.

Che significa che i pescatori lampedusani sono perfetti? Che i lampedusani non hanno colpe su quanto accade sull’isola? Assolutamente no. Ma se ad ogni problema che abbiamo noi lampedusani si deve rispondere con una critica ai lampedusani non ne usciamo più.

E’ un atteggiamento che non fa altro che alimentare la rabbia e anche il razzismo. Lasciare nelle mani di speculatori politici fatti cosi gravi, negarli, non fa altro che dare forza a quella fetta di politica che utilizza il malcontento per alimentare odio e xenofobia.

E’ lo stesso processo per cui l’immagine dell’isola dell’accoglienza che si è costruita è oramai divenuta il termine di paragone su cui verificare i fatti che accadono a Lampedusa, in cui tutte le manifestazioni contrarie a questa retorica vengono bollate come filo-leghiste o razziste. O sei con i “porti aperti” o sei con i “porti chiusi”, o sei per l’accoglienza o per il respingimento, non è contemplato un discorso organico che parta dalle cause che spingono le persone a lasciare il proprio paese e una critica alla legislatura sulla mobilità umana e quindi ad un ragionamento sulla regolarizzazione dei viaggi e delle condizioni dei lavoratori.

Si viene inchiodati alla domanda “si ma adesso che facciamo?” questo “adesso” oramai è una condizione storica di una perenne emergenza e assomiglia a un mantra ripetuto all’infinito. Una scelta obbligata e un ricatto morale che bisogna in qualche modo spezzare.

Cosi come non vengono indagati i processi di militarizzazione legati alla gestione delle migrazioni, d’altronde spesso la militarizzazione dell’isola è stata bollata come una sorta di miraggio di pochi.

Io credo che Lampedusa debba sottrarsi da questo meccanismo ma che è difficile tenere insieme un ragionamento organico sulle migrazioni e un’azione che porti alla chiusura dell’hotpspot, alla fine dell’utilizzo dell’isola come piattaforma di gestione delle migrazioni e alla richiesta per la regolarizzazione dei viaggi e per l’evacuazione delle persone imprigionate in Libia.

E’ un processo storico che personalmente cercherò di portare avanti ma sono consapevole che solo una presa di coscienza generale ed un’azione collettiva possano cambiare il corso degli eventi che al momento subiamo. Sono consapevole anche del fatto che solo gli africani possono risolvere i loro problemi e che noi viviamo dal lato del mondo che nel corso dei secoli ha sfruttato e derubato territori e persone. Semmai dovremmo avere l’ambizione di costruire un’area politica del mediterraneo che aspiri ad un modello socialista e a scambi economici e culturali basati sul rispetto e non sullo sfruttamento. Su una gestione delle risorse e dell’ambiente che tenga conto del benessere e della salute prima che del guadagno. Abbiamo molto più in comune con i tunisini e con il Nord Africa che con la Padania, siamo figli dello stesso mare e dello stesso vento. Questo non significa che l’immigrazione contemporanea nel mediterraneo vada sostenuta e stimolata, anzi, proprio nell’ottica di un mediterraneo che permetta a tutti di svilupparsi nella terra di nascita e una circolazione delle persone in sicurezza e dignità per tutti mi spinge ad essere totalmente contro le migrazioni come le conosciamo.

Al momento non ci sono soggetti collettivi che possano portare avanti questo tipo di rivendicazioni senza cadere nelle trappole e nelle strumentalizzazioni esterne per cui mi trovo a navigare da solo o con pochissimi compagni in questo mare tempestoso e pieno di insidie.

Giacomo Sferlazzo in un video:

https://www.facebook.com/LiberaEspressioneLMP/videos/707381489993585/

dello stesso autore:

https://360econews.wordpress.com/2018/12/12/si-deve-essere-siciliani-per-scelta-e-per-necessita/