Lo Stato Italiano usa il Bancomat Siciliano tutto in “Famigghia”!

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di Cecilia Marchese

Il grande nemico della Sicilia non è “la mafia” di per sé, società che elargisce i suoi solerti servigi al miglior offerente: bensì proprio il suo offerente e complice, che in nome di blasone pregresso e posizione dirigenziale presente non ama sporcarsi (direttamente) le mani.
Il tribalismo che caratterizza la struttura sociale nella Nostra Beddissima Isola fin dal Neolitico, filtrato attraverso le richieste di una “democrazia” esportata e imposta, si è riciclato nella tipica deviazione dell’ascarismo di maniera derobertiana.
Insomma: se un’entità allogena come lo Stato Italiano vuole tenere ben strette le mani sul ricchissimo Bancomat siciliano lo farà, naturalmente, attraverso il fedele vassallaggio delle “famigghje” locali cui garantisce salvezza e perpetuazione di privilegio.
“Famigghje” che non indossano coppole né imbracciano lupare: vestono Armani, frequentano gli “eventi culturali” più trendy ed esibiscono tutti i simboli di partito dell’intera gamma disponibile, creandone pure di nuovi a piacimento.

Gli strascichi della vecchia aristocrazia in combutta con la tradizionale “borghesia bene”, i piani alti locali dei colletti bianchi, attraverso questa rete di clientele, scambi e favori, sorreggono l’impalcatura della nazione italica dalle magnifiche sorti e progressive.
Il risultato è la totale desertificazione del tessuto produttivo locale. Uno sfiancamento delle risorse nostrane destinate a uso e consumo di cotesta testa dell’acqua senza venire rigenerate con un’ossigenante rimessa in circolazione.
E chi non fa parte della cricca… emigra, muore di fame, si barcamena tra espedienti effimeri – tanto è “uno stronzo da schiacciare”!

Questi soggetti non si limitano ad intascare qualche migliaio di euro (il che già salverebbe intere famiglie versate nella più totale disperazione e indigenza).
Questi soggetti rubano il nostro presente, il nostro futuro, costringendo un flusso di intelligenze brillanti e preparate a riparare come lavapiatti in un ristorante londinese, a ripiegare sul mostro scuola presso qualche brumoso paesetto del bresciano dove si lotta con affitto e bollette o ad attendere qui, sorretti da famiglie sempre più stremate, l’arrivo dell'”idea giusta” che però può non arrivare o, se arriva, non avere quel risvolto duraturo e confortante necessario al progetto di un’esistenza.
Questi soggetti ci rubano l’anima. Ci rubano la vita.

Tagliare la testa al mostro ascaro è imperativo per riportare alla vita l’agonizzante organismo isolano.
Reciderne il vero “ponte sullo Stretto” che lo tiene incappiato ad un sistema parassitario diretto a velocità TAV verso la morte sicura.

Ricordo nuovamente la notizia, giacché i nostri media sembrano già aver dimenticato: https://www.ienesiciliane.it/articolo.php?aid=9585&fbclid=IwAR2SR3HHj6LnxhtLtVt60e4HDGSfJh9BPIRIsJvLZIm2WLe325mxVAYPYC8