LA SICILIA MONETA DI SCAMBIO

di Filippo Scimone

A mio modesto parere non si può interpretare la storia siciliana post-unitaria, compresa la parabola del separatismo, senza considerare una duplice fenomenologia e dialettica: da una parte la contrapposizione tra interessi italiani e interessi siciliani, dall’altra la formazione entro l’Isola di un blocco sociale egemone che , per resistere alle pretese di emancipazione sociale, ha cercato e ottenuto il sostegno dello Stato italiano (oltre a quello della mafia col suo braccio armato). Sostegno non disinteressato perché pagato col prezzo del sacrificio degli interessi siciliani (vedi politiche economiche atte a sostenere lo sviluppo economico del Centro-Nord a danno della Sicilia e del Meridione in generale).

In una prima fase questo appoggio è palese, non ha bisogno di mascariamenti: l’esercito di Crispi spara sui lavoratori dei Fasci siciliani assieme agli sgherri della mafia.

Fino alla dittatura fascista, la repressione fu dunque manu militari (specie da parte della mafia) rispetto tutti coloro (politici, sindacalisti , preti) che avessero messo in discussione l’assetto sociale dato. Un assetto sociale di cui lo Stato italiano era sostanzialmente garante.

Durante la dittatura viene meno anche la possibilità di manifestare dissenso politico-sociale … le armi tacciono, lo status quo preesistente rimane.

Con la fine della dittatura, il vecchio assetto entra in crisi, viene meno uno dei garanti dell’equilibrio (lo Stato italiano): inizia un’età di trasformazione alla ricerca di nuovi equilibri.

Il movimento separatista, consapevole dell’alterità degli interessi siciliani, trova finalmente possibilità d’azione; tuttavia, nonostante tentativi di mantenerne l’unità, al suo interno non può non ripercuotersi l’altra antica contrapposizione (di carattere sociale), contrapposizione che finirà con l’indebolire l’efficacia della sua azione politica.

Alle istanze di emancipazione sociale, all’antica dialettica degli interessi delle diverse classi sociali, si somma la contrapposizione ideologica tra Democrazia Cristiana (che ebbe il suo battesimo proprio in Sicilia) e sinistra socialista e comunista; il tutto in quella geopolitica divisione in blocchi cristallizzata a Jalta proprio nel febbraio del 1945.

Attenzione alle date. Canepa e i compagni Rosano e Lo Giudice verranno uccisi nel giugno del ’45: con Canepa muore la reale prospettiva di una Sicilia indipendente.

Per inciso, il movimento separatista era stato blandito dagli Americani, usato come minaccia nella loro partita con Roma (Sicilia come moneta di scambio), partita che già dopo Jalta gli Americani erano certi di vincere: e difatti nel giugno del ’47 De Gasperi allontanerà i comunisti e i socialisti dal governo nazionale: l’Italia (tutta) è nella sfera d’influenza americana. Interessante notare come qualcosa di simile fosse avvenuto qualche mese prima (febbraio ’47) dentro il MIS siciliano con l’allontanamento della componente di sinistra di Varvaro (un ruolo lo ebbero anche le pressioni esterne dei partiti nazionali di riferimento).

Nella sfera d’influenza americana doveva restare l’Italia …tutta…dalle Alpi a Capo Passero…e unita : si temeva infatti, questa volta da parte sovietica, che il piccolo Stato di Sicilia potesse diventare, più che parte di una vasta area di generica influenza , un vero e proprio protettorato americano al centro del Mediterraneo. La storia ci dirà che Russi (e partiti italiani di sinistra) sottovalutarono gli Americani…

Quante partite si giocarono sulle teste dei Siciliani !

Sempre con riferimento a questo assetto geopolitico: non è un caso che capi di Cosa nostra, su probabile segnalazione dei servizi americani, anzi tempo riferirono ai capi mafia siciliani che gli Americani non avevano alcun interesse ad una Sicilia indipendente. Tradotto : non perdete tempo con i separatisti, tessete piuttosto rapporti con quelle forze politiche che governeranno la Sicilia italiana. Secondo uno studioso del movimento separatista, alcuni capi mafia vi aderirono (specie nel settembre ’45, sempre attenzione alle date) quasi ‘per immagine’, perché il movimento aveva assunto una tale dimensione di consenso popolare che la piccola manovalanza, i picciotti, non avrebbero capito le ragioni di tale disinteresse alle ragioni della Sicilia, ragioni emerse in maniera così prorompente.

In questo contesto magmatico, di interessi sovrapposti e contrastanti (geopolitici dei due blocchi, italiani, siciliani, a loro volta socialmente eterogenei), in questo contesto di mascariamenti e di gioco di specchi era naturale che tutti dubitassero di tutti, e la soluzione compromissoria fu considerata l’unica strada praticabile: il patto dell’autonomia speciale (sempre dentro la ripartizione geopolitica di fondo).

L’autonomia speciale poteva infatti riempirsi di contenuti diversi, o meglio lasciava alle varie parti la possibilità di agire o nel senso dell’ampliamento o nel senso del restringimento a seconda dello svolgersi dei rapporti di forza. Molte norme statutarie pur chiarissime nei contenuti (penso alle norme sull’ autonomia finanziaria) avrebbero comunque avuto bisogno di norme di attuazione… e il diavolo è sempre nei dettagli.

Mentre l’autonomia speciale e l’Assemblea Regionale Siciliana, con le elezioni del 20 aprile 1947, iniziano il loro percorso, nelle campagne continuava l’antica contrapposizione: dopo la parentesi della dittatura, braccianti e contadini poterono nuovamente levare la propria voce , con una mafia sempre nello stesso ruolo di braccio armato dei poteri forti, mafia comunque più ‘autonoma’ e rafforzata per le legittimazione data dagli Americani al tempo dello sbarco.

Il separatismo era quasi definitivamente uscito di scena: un movimento ( il MIS) che nel ’44 aveva avuto quasi mezzo milione di iscritti e che alle elezioni del ’47 raggiunge circa l’8% dei voti significa che si stava avviando all’estinzione.

Avrebbe potuto svolgere, come partito territoriale siciliano, un fondamentale ruolo di garante della conquistata autonomia (e tale mancata garanzia si avvertirà nei decenni futuri), la polarizzazione tra Dc e Blocco del Popolo e le sbagliate scelte strategiche (l’appiattimento finale sulle posizioni dei grandi latifondisti) lo condannarono alla irrilevanza e alla scomparsa già nella seconda legislatura.

Le elezioni del 20 aprile 1947 segnarono la vittoria del Blocco del Popolo (circa 200mila voti in più della DC), tuttavia fu la Democrazia Cristiana a trovare i numeri all’ARS per formare il primo governo regionale.

L’avanzata delle sinistre preoccupa gli agrari (spalleggiati dalla mafia) ma anche pezzi del nascente Stato Italiano e i servizi americani: a Portella della Ginestra si consuma la prima strage di Stato di una strategia della tensione che più volte sarebbe tornata nella storia dell’Italia repubblicana.

Fino alla metà degli anni ’50 continuerà lo stillicidio di attentati a sedi di partito, devastazioni, uccisioni, intimidazioni.

Nel corso degli anni ’50 vi furono ulteriori trasformazioni : le riforme agrarie (agevolate in Sicilia dall’autonomia speciale) ma anche una imponente emigrazione allentano la tensione nelle campagne.
La mafia agraria si trasforma, ormai agisce in prima persona più che come garante di interessi altrui ed estende il proprio raggio d’azione ( traffico di stupefacenti, appalti) mantenendo comunque rapporti con la politica.

Il primo decennio dell’autonomia speciale a detta di molti fu comunque il più fecondo; si mantenne un certo equilibrio tra interessi italiani e interessi siciliani. Tuttavia la mancanza di partiti esclusivamente siciliani e la dipendenza della classe dirigente siciliana alle segreterie politiche romane ben presto faranno venir meno l’equilibrio in parola. Il momento di svolta fu l’assorbimento delle funzioni dell’Alta Corte per la Regione Siciliana in quelle della Corte Costituzionale (1957): l’autonomia speciale perdeva il suo garante imparziale (stante la composizione paritaria dell’ Alta Corte).
Le norme statutarie cominciarono ad essere interpretate restrittivamente a detrimento dell’interesse siciliano, e non di rado restarono lettera morta.

La contrapposizione tra interessi siciliani e interessi italiani, intersecata alla dialettica sociale interna alla Sicilia, non è più composta manu militari (come negli anni antecedenti la dittatura fascista) ma sul piano dell’attuazione dell’autonomia speciale.