LA SICILIA LA TERRA DELLE RIVOLUZIONI

di Fabio Petrucci

A SEGUITO DELLA RIVOLTA DELLA GANCIA VENGONO FUCILATI TREDICI RIVOLTOSI A PALERMO

La Rivolta della Gancia scoppiata a Palermo nell’aprile 1860 fu l’ennesimo episodio di sedizione avvenuto nell’isola durante l’epoca del Regno delle Due Sicilie. Precedendo di appena un mese lo sbarco dei mille di Garibaldi, essa ha assunto un ruolo importante nell’ambito della storiografia risorgimentale, sebbene gli auspici degli insorti in quella ed in altre occasioni fossero diversi dall’ipotesi di una pura e semplice annessione della Sicilia ai domini piemontesi. L’episodio più significativo dell’insurrezione fu la fucilazione senza processo di tredici rivoltosi il 14 aprile a Palermo, in quella che in seguito verrà ribattezzata “Piazza XIII Vittime”.

La Rivolta della Gancia esplose a Palermo all’alba del 4 aprile 1860 e deve il suo nome al convento francescano della Gancia, nel mandamento della Kalsa, che era stato scelto come quartier generale dei rivoltosi. A capeggiare l’insurrezione fu il fontaniere Francesco Riso con il sostegno dell’élite antiborbonica della città. Verso le 5 del mattino, dopo il suono a stormo delle campane, la rivolta ebbe inizio, ma il capo della polizia borbonica Salvatore Maniscalco, già a conoscenza delle intenzioni dei rivoltosi, non si fece trovare impreparato e l’insurrezione fu praticamente bloccata sul nascere.

Venti insorti perirono durante gli scontri, tra cui un frate del convento della Gancia. Francesco Riso, rimasto ferito, morirà in ospedale il 1° maggio seguente. Altri tredici rivoltosi (tra cui il padre di Francesco Riso) furono arrestati, mentre Gaspare Bivona e Francesco Patti, nascostisi sotto i cadaveri, riuscirono a fuggire attraverso un foro praticato sulle mura esterne del convento, da allora noto come “buca della salvezza”.

Nei giorni seguenti, temendo una più massiccia sollevazione popolare a Palermo, le autorità borboniche decisero di porre in atto una punizione che fungesse da deterrente nei confronti di ulteriori tentativi insurrezionali. Il 14 aprile i tredici arrestati sopravvissuti agli scontri della Gancia furono fucilati senza processo. La fucilazione avvenne all’esterno del Castello a Mare di Palermo, dove fino a quel momento gli insorti erano stati tenuti prigionieri, non lontano dal luogo in cui oltre tre secoli prima era stato ucciso il ribelle Gianluca Squarcialupo.

I condannati, coperti da un velo nero sul viso e scortati dai soldati borbonici e da tredici accompagnatori, giunsero sul luogo dell’esecuzione e, obbligati ad inginocchiarsi, furono uccisi dalle raffiche dei soldati. Per i cadaveri erano state preparate quattro casse di legno, nelle quali furono ammassati alla rinfusa i tredici corpi. Al fine di evitare di attraversare tutto il centro della città, le casse non furono seppellite presso il Cimitero di Sant’Orsola, ma nel più periferico Cimitero dei Rotoli, dove vennero gettate in una fossa comune. Nel 1910, in occasione del cinquantesimo anniversario dei fatti, si procedette alla riesumazione dei resti, alla loro traslazione a Sant’Orsola ed al funerale.

Lo spazio nel quale ebbe luogo l’esecuzione fu ribattezzato “Piazza XIII vittime” e nel 1883 lo scultore Salvatore Valenti realizzò un obelisco con il nome dei condannati:

Andrea Cuffaro (anni 63)
Giovanni Riso (anni 58)
Pietro Vassallo (anni 40)
Gaetano Calandra (anni 34)
Cono Cangeri (anni 34)
Nicolò Di Lorenzo (anni 32)
Domenico Cucinotta (anni 31)
Sebastiano Camarrone (anni 30)
Liborio Vallone (anni 30)
Giuseppe Teresi (anni 28)
Calogero Villamanca (anni 24)
Francesco Ventimiglia (anni 18)
Michele Fanara (anni 15)

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