MAGNA GRECIA E SICILIA

A proposito delle definizioni di Sikelia e Megale Hellas

di Mario Trabucco della Torretta

Gira spesso confusione circa le due definizioni. Prova a fare chiarezza l’archeologo Mario Trabucco della Torretta. Ecco il suo splendido articolo:

Dietro gentile richiesta dell’admin di This is Sicily, vengo ad offrire qualche punto di chiarimento su due concetti della geografia antica che vengono spesso distrattamente confusi, quando non coscientemente manipolati. Si tratta delle definizioni antiche di Sikelia e Megale Hellas (la Magna Graecia o Graecia Maior delle fonti latine).
Sul fatto che la Sikelia/Sikanie degli antichi corrispondesse all’odierna isola di Sicilia non sussiste alcun ragionvole dubbio. La menzione del nome Sikanie (una versione piu’ antica di Sikelia) nel libro XXIV dell’Odissea sembra esserne la piu’ antica occorrenza, sebbene non tutti concordino sul fatto che si trattasse proprio della grande isola mediterranea. Dopo una primitiva fase di alternanza dei due nomi, insieme con l’ulteriore denominazione di Trinakria (dalla forma fisica dell’isola, con i suoi tre capi), e’ il nome Sikelia a consolidarsi come designazione piu’ diffusa della Sicilia antica. Il nome si afferma anche nella denominazione collettiva degli abitanti di cultura greca dell’isola, che pur mantenendo la loro particolare identita’ di Siracusani o di Akragantini o di Imeresi, sono talvolta definiti tutti insieme con il nome di Sikeliotai. Questo e’ il nome che si usa all’esterno, come sottolinea lo statista siracusano Ermocrate nel suo discorso al congresso di Gela nel 424 a.C.: “a livello collettivo siamo tutti vicini e co-coloni della stessa terra circondata dal mare e chiamati con lo stesso nome: Sicelioti” (Tucidide, IV.64.3). E lo stesso etnico viene usato per definire la propria origine in contesti panellenici o internazionali, nei quali l’origine dalla terra di Sicilia poteva essere considerata piu’ facilmente identificabile rispetto all’appartenenza ad una piccola citta’ della costa siciliana. L’accoppiata Sikelia/Sikeliotai, attestata gia’ nel VI secolo con Pindaro, e saldamente affermata con valore politico nel V secolo, rimarra’ in uso per tutta l’antichita’ venendo ripresa anche in eta’ bizantina. Il successo della denominazione di Sicelioti per identificare i Siciliani sta nel fatto che passo’ ad indicare sempre meno i soli abitanti Greci della Sicilia e sempre piu’ invece qualunque residente dell’isola, includendo anche i “barbari” dell’entroterra siciliano che nel frattempo andavano sempre di piu’ assumendo le forme ed i costumi dei nuovi arrivati.
Ben diversa appare la storia del termine Megale Hellas, o Magna Graecia. Il termine e’ virtualmente assente nelle fonti scritte prima del II secolo a.C. (almeno quelle pervenuteci) con Polibio che riporta fatti della fine del V secolo usando come fonte le opere di Timeo di Taormina, uno storico del IV secolo. Dopo appena duecento anni il termine e’ gia’ confuso, e possiamo trovarne conferma nell’uso che ne fa Strabone in eta’ augustea, il quale -unico fra gli storici antichi!- sembrerebbe secondo alcuni includere la Sicilia nel concetto di Magna Grecia. Ma se Strabone e’ l’unico a mettere tutta la parte meridionale dell’odierna Italia nel termine Magna Grecia, quali erano gli originali confini del concetto? E quale ne era l’origine? E soprattutto: e’ davvero possibile che un raffinato geografo come Strabone sia la stecca in un coro durato quasi cinquecento anni?
Le prime menzioni del termine, a parte forse quella gia’ citata di Timeo, si ritrovano in Antioco e fanno riferimento a quella zona compresa tra le antiche colonie di Sibari e Crotone da un lato, attraverso Siri e fino a Taranto dall’altro. Una zona di colonie greche che soffermatesi in un primo momento allo stadio di citta’ costiere con una piccola zona agricola alle spalle, avevano aumentato l’estensione dei propri territori a spese delle popolazioni dell’entroterra (i Lucani in particolare). Una grecita’ che era divenuta nel Sud Italia veramente “grande”, da cui il la definizione di Megale Hellas. Questo concetto di ingrandimento territoriale e insieme socio-economico e’ peculiare soprattutto alle colonie achee (tanto che alcuni storici parlano di una sorta di “impero” di Sibari), e trova un contraltare in un altro aspetto di grandezza: quello culturale. La zona delle colonie achee e’ anche quella di origine della filosofia pitagorica, diffusasi a partire da Crotone ove il filosofo Pitagora di Samo aveva trovato rifugio mentre fuggiva la tirannide di Policrate. Cosi’ la Megale Hellas era grande anche in quanto culla della saggezza e del progresso scientifico ispirato dagli insegnamenti del maestro.
La filosofia pitagorica, per la sua natura elitistica, era molto diffusa nei circoli aristocratici e tradizionali. Questo porto’ ad una sua prograssiva decadenza quando i vari regimi aristocratici delle citta’ vennero rimpiazzati uno ad uno da democrazie. Ma cio’ non impedi’ al termine Megale Hellas di rappresentare una idea di civilta’ greca al suo massimo splendore, originata nella zona di cultura greca dell’Italia meridionale e i cui confini si andavano estendendo quanto piu’ il termine si generalizzava e perdeva i suoi connotati originali legati a Pitagora e alle colonie achee. Anche quando l’espressione passo’ nella cultura romana, divenendo Magna Graecia o Graecia Maior, una cosa rimase comunque sempre chiara: la sua limitazione entro i confini dell’Italia continentale. Autori come lo ps. Scimno, Nicomaco, Porfirio, Ateneo, Polibio tutti concordano nel ritrovare la Megale Hellas “en tois kata’ ten Italian topoi” (nei luoghi dell’Italia). E lo stesso vale per gli autori latini, con Plinio che afferma che la Magna Graecia e’ quotam partem ex ea (ovvero una parte dell’Italia) e Livio che concorda con lui. Vale la pena precisare a questo punto che la antica Italia non corrispondeva a tutto lo stivale, bensi’ solo alla zona della odierna Calabria, come specifica lo stesso Plinio quando dice che a Locris ltaliae frons incipit, Magna Graecia appellata (“la fronte dell’Italia comincia dalla Locride, ed e’ chiamata Magna Grecia”). Il carattere di “zona culturale” ed il legame con Pitagora sono ormai flebili connotazioni, che solo studiosi raffinati come Cicerone ancora a mala pena comprendono (“quando nell’Italia la Grecia fu florida di città potentissime e grandi, e perciò prese il nome di Magna Graecia, in queste furono tenute in gran conto dapprima il nome di Pitagora e quindi quello dei PitagoriciTusc.4,2).
Ed ecco che torniamo dunque a Strabone, l’unico autore che -secondo alcuni- metterebbe insieme la Sicilia dentro la Magna Grecia. Ma cosa dice in realta’ Strabone? Il passo e’ il seguente: “…i Greci, i quali a cominciare già dai tempi della Guerra di Troia, si erano impadroniti sia di gran parte dell’entroterra, accrescendosi a tal punto da chiamare questa terra Megale Hellas, sia della Sicilia” (Strabone 6,1,2). Nonostante il passo citato non sia, come e’ stato detto da illustri studiosi, “un modello di chiarezza”, e’ tuttavia chiaro che non si possa usarlo per sostenere che la Sicilia fosse inclusa nella Magna Grecia. Quello che Strabone vuole sostenere e’ semplicemente il fatto che i Greci che si erano stabiliti in Italia meridionale avevano aumentato la loro potenza e ricchezza tanto da chiamare la zona Magna Grecia, e che questo arricchimento e aumento di potenza era avvenuto anche in Sicilia.
Una volta chiarita la confusione rimane una sola domanda: da dove viene dunque l’idea che la Sicilia fosse parte della Magna Grecia? Il dito puo’ essere puntato risolutamente nella direzione di uno dei piu’ noti autori di storia della geografia antica, ovvero il secentesco antiquario olandese Philipp Cluver (latinizzato in Cluverius). Egli scrive nella sua Italia antiqua riguardo alla parte meridionale dello stivale che ipsa haec terra una cum Sicilia dicta est Magna Graecia (“questa stessa regione insieme con la Sicilia e’ detta Magna Grecia”). Cluverio in questo passo fa il salto concludendo quel processo di astrazione dalla realta’ storica delle colonie achee e dei pitagorici ad una idea astratta della grande grecita’ occidentale che, considerata solo nel suo carattere di zona di cultura greca, doveva per lui includere a buon diritto anche la Sicilia. Nessuno tra gli antichi aveva mai pensato di mettere insieme la Sicilia e la Magna Grecia nella stessa denominazione, nemmeno Strabone. E nessuno degli antiquari rinascimentali prima di lui aveva fatto altrettanto. Ma tanta e tale fu la fama di Cluverio che ogni parola di quanto scrisse fini’ col diventare verita’ acclarata. Un po’ come accadeva nella scuola pitagorica, nella quale chiunque osava contraddire il Maestro veniva zittito con un “autos efe”, il latino ipse dixit.

P.S.: queste note non pretendono di essere ne’ esaustive ne’ una fonte indiscussa di verita’. La questione che ho qui voluto brevemente illustrare e’ complessa e articolata e rimando agli studi numerosi e puntuali di Gianfranco Maddoli, Alfonso Mele e Francesco Prontera per approfindimenti e riscontri.

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