12 Gennaio 1848: la rivoluzione Siciliana e l’Irlanda

di Fabio Petrucci

Oggi, 12 gennaio, ricorre l’anniversario dello scoppio della rivoluzione indipendentista siciliana del 1848. In quella data, infatti, ebbe inizio a Palermo, presso la Piazza della Fieravecchia, la prima delle rivoluzioni europee che in quell’anno sconvolsero temporaneamente gli equilibri del Vecchio Continente. Nello stesso giorno del compleanno del Re delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone, i siciliani insorsero, prima di ogni altra cosa, per riconquistare quell’antica indipendenza posseduta per secoli e perduta nel 1816, a causa della fraudolenta cancellazione dalla carta politica d’Europa del Regno di Sicilia fondato dal grande Ruggero II d’Altavilla nel lontano 1130.

Per secoli i Siciliani avevano percepito sé stessi come un popolo a parte, dotato del sacrosanto diritto ad un’esistenza politica autonoma, mai messa in discussione nemmeno durante la complessa epoca dei Viceré legati alla corona di Spagna. E certamente non smisero di farlo dopo la cancellazione del proprio Stato decretata l’8 dicembre 1816. Come ebbe a scrivere proprio nei mesi della rivoluzione uno dei suoi più importanti avvocati, cioè il celebre padre teatino Gioacchino Ventura, nel suo pamphlet intitolato “Per lo riconoscimento della Sicilia come stato sovrano e indipendente”:

«Da tempo immemorabile la Sicilia è stata sempre un popolo a parte, che con una Costituzione sua propria, con una propria rappresentanza, composta di tre Camere dette Braccia, con codici, leggi istituzioni sue proprie, con un proprio Ministero, con una propria Magistratura, con una amministrazione civile, comunale, economica tutta sua propria, ed infine con esercito, con marina, tutta a sé e con bandiera sua propria; non si è mai fusa con altri popoli, co’ quali avea comune l’ubbidienza alla stessa Corona. (…)

L’atto dunque del vecchio Borbone, onde di due regni avea fatti un solo, fu un atto di arbitrio, d’ingiustizia, e di oppressione; fu un manifesto spergiuro. Ora è lecito ai re di spogliare a capriccio i popoli della loro nazionalità, della loro personalità politica, delle loro garanzie costituzionali, della loro indipendenza?»

Insorti già nel 1820 ed a cavallo degli anni trenta, il 12 gennaio del 1848 i patrioti siciliani diedero inizio ad uno dei più significativi tentativi di autodeterminazione nazionale realizzato negli ultimi secoli della loro storia. Per oltre un anno, prima della sconfitta del governo rivoluzionario ad opera delle armate borboniche, fu restaurato il Regno di Sicilia, dotato di una nuova Costituzione la quale sanciva espressamente il principio per cui «la Sicilia sarà sempre Stato indipendente». Questa la verità di una rivoluzione il cui significato è stato però travisato dalla narrazione risorgimentale, che impedisce di comprendere che per i patrioti siciliani del 1848 la Sicilia aveva diritto a possedere un proprio Stato indipendente, il quale solo restando tale avrebbe potuto aderire ad una ipotetica confederazione italiana.

Nell’immagine il Genio di Piazza della Fieravecchia, ribattezzata Piazza della Rivoluzione, simbolo del 1848 siciliano.

A testimonianza del valore di questa lotta per l’autodeterminazione nazionale della Sicilia si potrebbe sottolineare la similitudine esistente con la condizione di un altro popolo isolano, altrettanto coraggioso, ossia quello irlandese. Nel corso dell’ottocento, infatti, la condizione istituzionale della Sicilia e dell’Irlanda, accorpate la prima al Regno di Napoli e la seconda al Regno di Gran Bretagna, fu più volte occasione di paragone tra queste due grandi isole europee. Negli anni trenta il magazine scozzese Edinburgh Review definì l’Irlanda, in ragione della sua infelice condizione istituzionale, «Sicily of the West». Dall’altro lato, nei mesi della rivoluzione del 1848, Gioacchino Ventura paragonò spesso la condizione della Sicilia sotto Napoli a quella dell’Irlanda sotto l’Inghilterra. Tale paragone fu contestualmente ripreso dai patrioti irlandesi. Per esempio, sempre nel 1848, il giornale Reporter, organo legato alla Giovane Irlanda, scrisse:

«La Sicilia, nella sua storia naturale e politica e nelle sue condizioni sociali, presenta forti elementi di somiglianza con l’Irlanda, e l’odierna liberazione dal giogo napoletano è gravida di avvertimenti ed insegnamenti per l’Inghilterra e i suoi governanti, perché la tirannia praticata sul popolo irlandese potrebbe un giorno divenire intollerabile, e ciò che un tempo è avvenuto in Sicilia potrebbe accadere nuovamente in Irlanda.»

Ricordare questa importante pagina di storia della Sicilia, pur con tutte le sue luci e le sue ombre, costituisce un esempio utile a comprendere quanto grande sia stato il sentimento di autocoscienza politica dei Siciliani, al di là delle false narrative sull’indolenza e la passività di questo popolo in realtà tanto capace di slanci di indomito coraggio. Non si tratta né di nostalgia né di sentimento di rivalsa nei confronti dei “napolitani”, accomunati da una stessa condizione di subalternità economica e sociale all’interno degli ingranaggi dello Stato italiano. Si tratta soltanto di ricordare un episodio che, come il Vespro del 1282, riporta alla memoria un tempo in cui i Siciliani erano consapevoli dei loro diritti politici e della propria identità di popolo e nazione.

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