La guerra non dichiarata all’ambientalismo popolare

È in corso una guerra subdola contro modi di concepire e considerare la natura che entrano in conflitto con i progetti su larga scala di governi nazionali e compagnie private.

Le “opere necessarie allo sviluppo” che si infrangono contro l’argine agguerrito delle comunità locali, vengono così imposte attraverso la delegittimazione di chi vi si oppone. Che si tratti di perforazioni petrolifere, gestione dei rifiuti, infrastrutture, costruzione di dighe o sfruttamento minerario, tali progetti sono immancabilmente presentati dai loro fautori come passi necessari per alimentare crescita e favorire progresso.

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I comitati di cittadini, i gruppi indigeni e le associazioni portatori di un punto di vista alternativo, vengono perciò inquadrati dal discorso dominante come nemici del bene pubblico, sassolini nell’ingranaggio delle sorti progressive della nazione. Poco importa che le decisioni siano calate dall’alto, o che i costi in termini di salute umana e salubrità ambientale siano fatti ricadere sulle comunità locali mentre i profitti sono privatizzati altrove. I cittadini diventano nemici se ostacolano i piani ben congegnati delle élite.

In Italia gli esempi dell’emergere di un discorso delegittimante sugli ambientalisti non mancano. Nella Campania delle lotte ambientali la strategia governativa e mediatica di inquadrare i comitati locali contro discariche e inceneritori come anti-moderni, ribelli o affetti da una irrazionale sindrome NIMBY, hanno fatto scuola. Dai documenti dei servizi recentemente desecretati, emerge il dispendio di risorse che il governo ha impiegato per scovare tra i comitati di Chiaiano improbabili infiltrazioni della camorra, mentre sotto il naso di commissariato e militari la camorra già operava all’interno della discarica, perfettamente inserita negli organigrammi legali della gestione dell’emergenza (un dato emerso dalla recente conclusione di indagini della magistratura sulla costruzione della discarica).

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Allo stesso tempo, la criminalizzazione degli attivisti tramite processi e incarcerazioni è servita per disegnare il campo dei giusti e dei ribelli nell’immaginario nazionale, mandando un messaggio chiaro a tutti coloro che alimentano le lotte territoriali. Come in Val Susa, utilizzare l’accusa di terrorismo per gli atti di resistenza dei No Tav significa stabilizzare nell’opinione pubblica la percezione distorta di un’equazione tra difesa dell’ambiente e crimine. Il risultato, oltre a fiaccare l’opposizione con la minaccia dell’arresto, è la sistematica esclusione delle conoscenze e delle alternative emerse dal confronto di comunità in lotta con progetti che ne minacciano l’esistenza.

Non è una particolarità italiana. Il noto economista ecologico Joan Martinez Alier, in questo breve articolo, ci dà uno spaccato delle stesse tecniche delegittimati in diversi contesti geografici. Se a unire le lotte in corso per ambiente, salute e autodeterminazione sono gli stessi nemici, progetti e discorsi, diventa allora imprescindibile collegare piattaforme che operino a diverse scale per contrattaccare un modello di sviluppo e di pensiero sempre più feroce e raffinato ideologicamente. È questa una sfida ancora aperta e tutta da costruire.

Narendra Modi, primo ministro indiano del partito nazionalista di destra Hindutva, si è scagliato recentemente contro le Organizzazioni per la Giustizia Ambientale finanziate da denaro estero. In cima alla sua lista, ci sono le organizzazioni dai paesi scandinavi e dalla Germania, accusate di “frenare lo sviluppo” con la loro opposizione a progetti minerari e la loro difesa delle popolazioni tribali che vivono nella foresta, nonché attraverso il loro sostegno ai movimenti ambientalisti contro le centrali atomiche. Modi è sostenuto dall’Ufficio di Intelligence (i cui recenti dossier sulle attività della società civile copiano letteralmente dai discorsi di Modi). È lecito confidare nel fatto che la società civile indiana e il sistema giuridico siano abbastanza forti per resistere tali minacce.

Il vicepresidente nazional-popolare della Bolivia, formalmente di sinistra, Garcia Linera, ha difeso il progetto stradale TIPNIS, il quale apre i territori indigeni dell’Amazzonia all’esplorazione petrolifera, e ha attaccato le ONG che si oppongono all’infrastruttura, accusandole di essere al soldo della CIA e della USAID. Ha scritto: “Alcune ONG sono diventate il mezzo dei paesi capitalisti sviluppati per appropriarsi di territori e risorse che non potrebbero ottenere altrimenti senza negoziazioni o accordi con altri stati sovrani”.

Nel frattempo, un altro presidente latino-americano di sinistra, Rafael Correa in Ecuador, osteggia e prova a smantellare organizzazioni ambientaliste come Pachamama e Accion Ecologica, cercando disperatamente capitali stranieri nei loro cassetti mentre lui stesso svende le risorse del paese a compagnie minerarie e petrolifere estere.

È in corso un’offensiva generalizzata di stati e aziende contro l’ambientalismo popolare. Il premio per la paranoia di questo mese va al segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, il quale ha da poco affermato, mentre era a Londra, che la Russia sta montando una campagna di disinformazione volta a minare i tentativi europei di sfruttare il gas scisto. Rasmussen sostiene che la Russia stia segretamente lavorando con diversi gruppi ambientalisti in campagne contro il fracking, nel tentativo di mantenere la dipendenza dell’Europa dalle importazioni di energia da Mosca.

Viene in mente la vecchia storiella sull’ossimoro dell’ ”intelligence militare”. Ad esempio, “Mc Carthy” Rasmussen ha per caso letto il ben noto libro di Richard Heinberg, “Snake Oil: how fracking’s false promise of plenty imperils our future” (Snake Oil: come la falsa promessa di abbondanza del fracking mette in pericolo il nostro futuro)? Heinberg fa ricerca da anni sul “picco del petrolio” (il momento in cui la produzione mondiale di petrolio raggiungerà il suo apice, superato il quale ci sarà un graduale declino) e si domanda adesso se il recente aumento della produzione di gas e petrolio negli Stati Uniti attraverso il fracking sia sostenibile geologicamente, socialmente e dal punto di vista ambientale. Ma né Heinberg, né le decine di scienziati e i milioni di persone che protestano contro il fracking sono pagate dai russi.

Traduzione e commento di Salvatore De Rosa – Fonte: EJOLT

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