STORIA D’EMIGRANTI…STORIA SICILIANA!

Di Saro Pafumi

La valigia vuota.
La casa in cui Turi era nato si trovava alla fine del paese.
Era l’ultimo avamposto abitativo. Più oltre una vasta distesa di campi coltivati a grano caratterizzava il territorio. Figlio unico di contadini aveva sofferto la povertà, non rara, un tempo, per chi dal lavoro dei campi traeva i mezzi per vivere. La crisi dell’agricoltura post bellica aveva ridotto sul lastrico molte famiglie, costringendole ad emigrare. Quando Turi aveva nove anni la sorte non risparmiò la sua famiglia, che scelse l’Australia come terra d’approdo. Turi non sapeva dove e cosa fosse l’Australia, sapeva solo di dovere andare lontano. A quell’età le decisioni dei genitori non si discutono, si subiscono e Turi si sentiva triste al solo pensiero di abbandonare il paese e i compagni d’infanzia. Apprese il giorno della partenza, quando, alla vigilia, vide sua madre sistemare le poche cose in due valige, che ripose accanto alla porta d’ingresso. “Perché due ?” disse, rivolto alla madre “E la mia?”  Quella domanda posta con tono risentito e triste la spiazzò. Come poteva spiegare al figlio che ciò che lui poteva portarsi in Australia lo aveva già addosso? Fece finta di non capire e recatasi da donna Filomena, che abitava alla porta accanto, le chiese di farle il piacere di darle una piccola valigia, perché “le cose” di Turi, disse mentendo, non entrano nelle due che aveva già riempite. Ricevutala, ritornò a casa e la sistemò, vuota, accanto a quelle più grandi, perché Turi la potesse vedere e consolarsi. Il viaggio, in nave, durò un’eternità. Di quella famiglia emigrata in Australia, in paese, col tempo, si perse la memoria.

Erano passati molti anni da quella lontana partenza. Ora Turi aveva settant’anni e molta voglia di conoscere il paese che aveva lasciato da piccolo, senza farvi ritorno. Quando, dopo un faticoso viaggio, giunse in quello sperduto paesino che lo aveva visto nascere, gli sembrò di ritrovarsi in un altro mondo. Si aspettava di trovare i grattaceli e le strade larghe di Sidney; trovò, invece, il suo paesino come lo ricordava: le case basse, i tetti terrosi, le stradine strette e sterrate, le porte dei negozi a due battenti, come se fosse piombato in un letargo senza fine. La sera l’illuminazione delle stradine gli ricordava quella dei viali dei morti al cimitero di Sidney. In paese i suoi lontani parenti erano morti. L’unica persona che potesse ricordarsi di lui era Lucio, un suo compagno d’infanzia, ma non sapeva se fosse ancora in vita. Lo trovò dopo laboriose ricerche. A rivedersi sembravano due extraterrestri venuti da pianeti lontani. L’uno parlava nel suo strettissimo dialetto, l’altro stentava a sicilianizzare ciò che pensava in quella che era diventata la sua nuova lingua madre, l’inglese. Un po’ biascicando qualche parola in dialetto, un po’ mimando, com’è nella natura dei meridionali, i due finirono col capirsi, ma non a comprendersi. Erano troppo diversi per avere la capacità d’intendere il loro diverso modo di essere e di pensare, forgiato dalle esperienze vissute in mondi diversi. Turi cercava la casa in cui era nato e grazie a Lucio la trovò. Gli parve di vederla, timidamente accovacciata su se stessa,accanto ad altre più alte che sembravano soffocarla. Non vedeva la lunga distesa di campi di grano, dove il suo sguardo di bambino si disperdeva, ma aride, terre abbandonate. Della sua casa restavano solo pochi ruderi, ricoperti da radi cespi di parietaria, l’erba che sua madre usava per pulire il fondo delle bottiglie. Per terra cocci di coppi ricoprivano ciò che un tempo doveva essere il pavimento e calcinacci sparsi ovunque, da cui affioravano ciuffi d’erba, uniche cose viventi in mezzo a tanto abbandono. Stentò a riconoscerla come la casa che aveva abitato da piccolo, se non fosse per i resti d’una scala, che conduceva a un soppalco, dove suo padre teneva il fieno per l’asina Era in quel piccolo sottoscala che Turi aveva dormito fin dalla nascita, con l’orecchio spesso poggiato alla parete della attigua stalla attraverso la quale aveva imparato a riconoscere l’umore dell’asina e il cambiamento del tempo, perché come gli aveva insegnato suo padre: “quannu u sceccu stranuta, u tempu muta”. Pensando all’asina gli parve si sentire ancora l’acre odore del fieno, che il padre teneva nel soppalco. A Turi piaceva andare in campagna, in groppa all’asina, per la mietitura del fieno nel mese di giugno, anche se al ritorno sapeva di dovere rifare la strada a piedi, perché in grop- pa c’era sempre qualcosa da portare e Turi, spesso, per non perdere il passo si attaccava alla coda dell’asina, facendosi tirare.

Nel vedere quei ruderi Turi avvertì un’emozione mai provata, nemmeno quando in Australia aveva perduto i genitori e appena dopo un anno la giovane moglie che non ave- va fatto in tempo a dargli dei figli. Ora era lì, solo con se stesso, a guardare quei ruderi. Vedeva suo padre “governare” l’asina e lui, piccolino a passargli manciate di paglia, per “cunzari u lettu a scecca”che bestia era, ma con tutti i diritti di chi lavora e fatica. Dalla stanza accanto gli sembrava di udire la madre gridare: “Spicciativi ca u mangiari si rifridda”: un invito che sollecitava il padre a strofinarsi frettolosamente le mani nei calzoni, dopo avere levato l’ultima palata di stallatico e sedersi a tavola per consumare e ciò che s’era rimediato in campagna. Stette lì a guardare e meditare, mentre con gli occhi e con la mente rimetteva a posto pietra su pietra quella ch’era stata la sua dimora e il suo giaciglio. Turi non si era mai dimenticato di quel letto riempito con brattee di granoturco, né del suo fastidioso fruscìo ch’era costretto a sentire quando, di notte, insonne, si rivoltava. Si svegliava pure quando lo stesso rumo-re di frasche, spesso, proveniva dal letto dei genitori. Ora ne capiva la ragione. Chissà quanto fruscio aveva fatto quel letto la notte in cui era stato concepito, pensò, mentre un lieve, malizioso sorriso scoloriva la tristezza sul suo viso. Turi, ora, pensava come ricostruire quella casa, perché ormai aveva deciso: tra quella quattro mura ricostruite avrebbe vissuto il resto dei suoi giorni.    L’Australia, è vero, gli aveva dato lavoro e benessere, ma lo aveva estirpato dalla sua naturale realtà. A settant’anni non poteva certo rifarsi un nuova vita. Non lo aveva fatto dopo la morte della giovane moglie, né dopo, quando giovane donne australiane lo avevano corteggiato,sapendolo ricco. Le trovava scialbe, armadi ambulanti le definiva, pensando alla moglie, che aveva i colori della sua terra e della sua terra i profumi. Ricco e solo aveva finalmente trovato la sua vecchia dimora. Tra quelle mura aveva patito la povertà, ora poteva godersi la ricchezza, ma un ricordo lo rendeva triste: quando piccolino, arrivando in Australia, ebbe la triste sorpresa di trovare vuota la sua valigia. Gli sembrò, allora, di avere dimenticato di metterci dentro la sua infanzia, il ricordo dei suoi compagni, la sua vita nei campi, l’odore della sua casa, l’umore dell’asina che, di notte, lo aveva accompagnato fin dalla nascita, il fruscìo delle brattee di granoturco. Si senti smarrito. Anche stavolta si ripeteva lo stesso desti- no dell’andata. Sentiva di essere arrivato con la valigia ancora una volta vuota, l’Australia aveva reciso le sue radici, rubato il sapore della sua fresca infanzia, accolto le spoglie mortali dei genitori e della giovane sposa e in cambio cosa gli aveva dato? Denaro e fatica, fatica e denaro. Non sapeva cosa farsene di tanto denaro,ora che senza affetti, lo accompagnava la solitudine.

In Australia, partendo, aveva lasciato parte di se stesso, ma nulla aveva da portarsi indietro, perché quel mondo non gli era mai appartenuto. Tra quelle mura coperte di licheni voleva a modo suo far rivivere i fantasmi del passato: il padre, la madre, l’asina, l’odore del fieno, i vasti campi di grano che si perdevano all’orizzonte. Sentiva l’allegro vocìo dei suoi compagni chiamarlo perché ad essi si accompagnasse nei giochi. Stette a lungo a guardare e pensare finché una mano non si poggiò sulla sua spalla. “Turi” gli disse Lucio, cogliendolo di sorpresa “guarda cosa ti ho portato. Ti ricordi? U panoggiu! Com’eri bravo a giocarci, vincevi sempre tu le scommesse”, Turi, incuriosito lo girò e rigirò tra le mani, non si ricordava più di quel giocattolo da bambino. Poi nella sua mente si aprì un varco,come quando a nord l’azzurro buca le nuvole annunziando l’arrivo della tramontana. Gli avvolse lo spago tutt’intorno e lo lanciò per terra, come sapeva lui solo fare, vedendolo roteare come una trottola impazzita, finché finita la corsa s’inclinò e cadde.Nei pochi secondi di quel turbinoso roteare anche la mente di Turi si riavvolse velocemente all’indietro e per un attimo, dimenticandosi dei suoi anni, si sentì bambino.