Lo Statuto è inutile o dannoso? Si abbia il coraggio di rompere l’accordo!

LO STATUTO SICILIANO NON È UNA CONCESSIONE, MA UN ACCORDO!

Estratto dal testo da “Lo Statuto Speciale della Regione Siciliana (2010)” di G. Lauricella & G. Guadalupi

«L’autonomia speciale della Regione Siciliana, secondo molti considerata di origine «pattizia» e non «concessa», ha visto, nel tempo, un persistente e continuo tentativo di ridimensionamento della propria sfera di competenza ad opera delle istituzioni statali (Parlamento, Governo, Corte costituzionale), le quali, dopo aver scongiurato la minaccia separatista ed aver visto consolidarsi – anche in Sicilia – il sentimento unitario dello Stato, hanno cercato di «recuperare» la prevalenza dello Stato e delle sue leggi, disattendendo, spesso, l’attuazione dello Statuto, in nome di vari «principi» a senso unico.
Così è avvenuto (e avviene) per le norme di attuazione, che avrebbero dovuto accompagnare il processo di autonomia e che da carattere «transitorio» hanno finito con l’assumere carattere «permanente».
Così si è verificato con la soppressione dell’Alta Corte, la quale, in nome del principio di «unicità della giurisdizione costituzionale», una volta entrata in funzione la Corte costituzionale, è stata sostituita dalla stessa Consulta, per mezzo di una sentenza di quest’ultima. Una forzatura, dato che non è stato seguito il procedimento previsto dall’art. 138 della Costituzione relativo alla modifica delle leggi costituzionali, qual è lo Statuto siciliano.
Così si è avuto con riguardo alle attribuzioni riconosciute, per Statuto, al Presidente della Regione in ordine alla sua partecipazione al Consiglio dei Ministri e ai suoi poteri di Polizia.
Senza voler, inoltre, ricordare gli estenuanti contrasti tra Stato e Regione relativi al fondo di solidarietà nazionale nonché alle imposte di consumo.
Sono alcune delle varie questioni che incidono sulla, ancora, mancata piena attuazione dello Statuto.
Tutto ciò accompagnato da un sistema politico-amministrativo che in Sicilia non riesce a svincolarsi (o, forse, non vuole) da una logica «clientelare» della gestione amministrativa, la quale costringe la collettività siciliana in una sorta di condizionamento, nonostante la vigenza di norme che, almeno sul piano formale, stabiliscono una separazione tra l’indirizzo politico e l’azione della Pubblica Amministrazione. (…)

Lo Statuto siciliano veniva a rappresentare una decisione fondamentale della comunità politica italiana, che segnava il punto di incontro delle esigenze inderogabili dell’unità e della indivisibilità dell’ordinamento con le aspirazioni autonomistiche delle popolazioni siciliane.
Tali aspirazioni, che non trovavano risposta già durante i moti che interessarono la Sicilia intorno alla seconda metà del 1800 e negli anni successivi, avevano alimentato una forte insoddisfazione nei confronti della politica dello Stato, proprio con riguardo ai problemi del sud, e si ponevano alla base della nascita del Movimento separatistico del 1943, che si presentava, subito, come una forza centrifuga, capace di indurre lo Stato italiano ad assumere adeguati strumenti per soddisfare le esigenze di autogoverno siciliano contenendole nel contesto statale italiano. (…)

Sulla base del progetto elaborato da una commissione di studio nominata dall’Alto Commissario, con decreto del 1° settembre 1945 e composta da rappresentanti dei partiti politici e tecnici, la Consulta regionale approvava, in data 23 dicembre 1945, lo Statuto, che veniva trasmesso al Governo italiano per essere approvato, previo parere della Consulta nazionale, con R.D.Lgs. 15 maggio 1946, n. 455, stabilendo, contestualmente, che lo Statuto sarebbe dovuto essere sottoposto all’esame dell’Assemblea costituente per essere coordinato con la nuova Costituzione dello Stato.
Nasceva, così, lo Statuto della Regione Siciliana, ma – come si rileva – in modo del tutto particolare.
Infatti, è la dottrina a sottolineare la singolarità in cui era nata l’autonomia siciliana: questa aveva trovato espressione in uno Statuto elaborato in sede regionale da un apposito organismo, composto da soggetti politici siciliani, fatto, poi, proprio dall’Assemblea costituente. Ma ancor più originale è la circostanza che l’approvazione dello Statuto così formato (e quindi il suo inserimento nell’ordinamento giuridico italiano) era avvenuto il 15 maggio 1946, non solo parecchi mesi prima dell’entrata in vigore della Carta costituzionale ma, soprattutto, ancor prima che la Commissione dei dieci dell’Assemblea costituente iniziasse a discutere della forma di Stato. Anzi, lo Statuto, già approvato ed in vigore, avrebbe costituito un precedente politico di grande rilievo, con un peso non indifferente sulle scelte che, di lì a poco, avrebbe assunto il Costituente (statale).
È, dunque, evidente la prevalenza – almeno in quel momento – delle forze autonomistiche siciliane, le quali riuscirono a condizionare le scelte e le prerogative statutarie. Tant’è che proprio per lo Statuto Siciliani non si è mai potuto parlare di «concessione» dell’autonomia da parte dello Stato ma, piuttosto – come spesso rilevato –, di una sua origine c.d. «pattizia», che avrebbe posto Regione Siciliana e Stato ad un livello paritario. Dunque, non un ordinamento «concesso» dall’alto (Stato) ma «concordato» (Stato-Regione).»


Nella foto una gremitissima Piazza Politeama in occasione di un comizio indipendentista (metà anni quaranta).