COMMENT – Murray Bookchin

Comment costituisce la ripresa di un mio progetto personale, che inaugurai nell’inverno del 1964-1965 con la pubblicazione di un foglio d’informazione a carattere saggistico e di grandi dimensioni. Il primo numero fu occupato da Ecology and Revolutionary Thought(Ecologia e pensiero rivoluzionario); il secondo da Toward a Liberatory Technology(verso una tecnologia liberatoria). In seguito il foglio d’informazione, se così possiamo definirlo, subì notevoli trasformazioni e, con la formazione di un collettivo redazionale, si mutò nella rivista Anarchos – che uscì sporadicamente e scomparve verso la fine degli anni ’60. I miei articoli su Anarchos sono stati pubblicati in forma più ampia in un libro intitolato Post-scarcity anarchism (Ramparts Press), ristampato in sei edizioni e tradotto in diverse lingue anche in Europa (di prossima pubblicazione in Italia con il titolo L’anarchismo nella società del benessere – N.d.T.).

Quella di battezzare questa nuova rivista con lo stesso nome della precedente è stata una scelta precisa. Il nome Comment fu adottato, in origine, per evitare uno dei soliti titoli di carattere esortativo che spesso vengono affibbiati alle pubblicazione della sinistra – anche se poi fanno a pugni con il contenuto della rivista. Comment non ha mai preteso di essere una pubblicazione “militante”, e tanto meno la “sentinella” di un’avanguardia”. Anzi, essa sperava di contribuire alla rimozione di quella mistica militante, della pretenziosità e dell’ipocrisia che ancora oggi caratterizzano le organizzazioni e le sette politiche radicali. Inoltre, mi è sembrato che un titolo sobrio fosse più consono al contenuto saggistico del periodico, che spero possa essere non tanto un organo di informazione, quanto uno stimolante strumento di riflessione.

Ciò che mi preme mettere in risalto è che la mia scelta ha anche un valore sociale. Comment fu pubblicata nella prima metà degli anni ’60 e tentò di esprimere con il maggior grado possibile di consapevolezza il progetto storico varato in quel decennio. A mio modo di vedere, quel progetto consisteva, soprattutto in una tendenza operante a livello intuitivo in milioni di giovani e tesa alla creazione di una cultura ricca, multiforme, umanistica e libertaria – perciò, non di un semplice “movimento” – che si ponesse in contrasto con la cultura superficiale, povera, disumanizzante e gerarchica che caratterizzava la società di allora. Quella controcultura possedeva implicitamente un carattere più rivoluzionario e emancipatorio di qualsiasi movimento politico radicale del nostro tempo. Per quanto ingenuamente la controcultura degli anni ’60 rivendicasse una maggiore coscienza, una nuova sensibilità, una nuova concezione dell’amore, della vita comunitaria, della semplicità materiale e rapporti umani più aperti, diretti, disinibiti, resta il fatto che queste idee rappresentano ancora oggi, per noi, l’incarnazione dei concetti di libertà e di solidarietà umana.

Che la controcultura degli anni ’60 affondasse le proprie radici in un’immagine della realtà sociale tragicamente semplicistica e che fosse destinata ad essere spietatamente sfruttata dai mass-media e da una sordida masnada di profittatori – non solo commerciali, ma anche politici – non toglie che essa abbia trasferito il problema della trasformazione e della riedificazione sociale e individuale su un piano qualitativamente migliore. Ma questa dimensione è, ancora oggi, vaga, non chiaramente delimitata. Perciò, a mio avviso, la controcultura degli anni ’60 non ha mai “fallito” lo scopo; semplicemente, non è riuscita a portare a conclusione il suo progetto.

Dichiararne il fallimento significa intonare una marcia funebre per qualsiasi forma di società libera e, addirittura, per le stesse idee utopiche e libertarie espresse da Charles Fourier e da William Morris. Significa negare la possibilità di una società futura libera dalla gerarchia e dalla dominazione.

Comment è soprattutto un tentativo sincero – inizialmente ad opera di un singolo individuo, ma si spera anche di molti altri negli anni a venire – per dimostrare che non è lecito esprimere un simile giudizio sul futuro dell’umanità. Essa cercherà di affermare la necessità di una nuova sensibilità che supererà la concezione ingenua ma intrinsecamente emancipatoria dell’ultimo decennio, infondendovi una nuova coscienza, una nuova consistenza e un impegno per la trasformazione radicale della società. Lungi dal rinnegare la necessità di una controcultura, cercherà di conferirle il rigore intellettuale che deriva dalla società critica, dall’analisi razionale, dal rispetto di certi principi morali e dall’idealismo rivoluzionario.

Di conseguenza, Comment cercherà di dare una risposta ai seguenti quesiti:

– Che significato ha, oggi, un progetto rivoluzionario? Quali ne sono gli obiettivi e le forme in quest’epoca, che è forse l’ultima della storia – un’epoca nella quale l’umanità si trova a dover scegliere tra l’utopia o il sacrificio estremo e totale?

– Il progetto rivoluzionario può risolversi nella formazione di movimenti “di massa” che mirano a trasformazioni parcellizzate della società, come vanno affermando coloro che oggi si definiscono “radicali”, come Tom Hayden e David Harris? Oppure il progetto rivoluzionario deve farsi carico di un obiettivo a lunga scadenza, cioè della distruzione non solo del capitalismo, delle classi e del sistema di sfruttamento, ma anche e soprattutto di ogni minima traccia di oppressione che l’umanità ha ereditato da tutte le società gerarchiche del passato, cioè tutti i tipi di famiglia, tutti i sistemi educativi, i legami sessuali, le entità urbane, in breve ogni forma di dominazione e di gerarchia che sopravvive nella sfera inconscia della psiche umana?

– Che tipo di cultura e di movimento sociale può istituirsi come centro focale alternativo alla società attuale e alla sua carica disumanizzante? E quali forme strutturali, organizzative e comunitarie può sperare di creare?

– Chi sono le persone che si dedicano a questi compiti e a questi ideali? Chi sono, per usare il gergo marxista, i “soggetti rivoluzionari” che cercheranno di attuare questo radicale sconvolgimento? I lavoratori? Le classi medie? I popoli del terzo mondo? Le donne? I giovani? O dobbiamo forse modificare radicalmente la nostra visione del problema e chiederci invece se la crisi universale e generalizzata della società gerarchica e la moltitudine di conflitti che essa ha prodotto in tutti gli aspetti della vita, dal rapporto dell’uomo con la natura ai rapporti tra i sessi, dà un sempre maggiore svuotamento di significato del lavoro alla brutale atomizzazione dell’individuo, non abbiano attribuito un significato del tutto nuovo al concetto amorfo di “popolo”, degli innumerevoli individui che non hanno alcuna possibilità di controllare la propria vita e il proprio destino e che nutrono un muto odio verso tutti i sistemi di dominazione e di gerarchia?

Infine, dobbiamo chiederci quali sono i “problemi” che possono elevare il livello di coscienza del nostro potenziale “soggetto rivoluzionario” e spingerlo all’azione. Forse lo sfruttamento nelle fabbriche? O la dominazione sessuale? L’oppressione razziale? Il dissesto ecologico? Il deterioramento urbano? L’isolamento sociale dell’individuo e lo sgretolamento della comunità? Gli ideali e gli obiettivi libertari sono sufficienti a spingere il popolo all’azione o dobbiamo far conto sulle “inesorabili leggi sociali” e sulle “irresistibili forze storiche” quali le crisi economiche, la guerra, lo sfruttamento economico e l’impoverimento perché gli oppressi siano “spinti” ad agire per la trasformazione della società? In breve, come possiamo muoverci dal “qui” della gerarchia, della dominazione, della centralizzazione, della proprietà privata, dell’isolamento e del depauperamento psichico per spingerci altrove, verso il “là” di una società veramente egualitaria, decentralizzata, comunista e comunitaria che consenta di realizzare le potenzialità di tutti gli esseri umani?

Tutti questi problemi furono presenti negli anni ’60, ma non furono mai oggetto di un’analisi veramente lucida e cosciente. L’elaborazione teorica fu spesso ostacolata e bloccata proprio da quei singoli problemi – la guerra nel Vietnam, la discriminazione razziale e, più tardi, un’anemica filosofia del riciclaggio che veniva impropriamente definita ecologia – che offuscarono in quel decennio ogni possibilità di un vero arricchimento di coscienza. Perché accadde tutto questo? Come hanno potuto gli anni ’60, ricchi di tante promesse, precipitare nel sensazionalismo orchestrato dai mass-media degli anni ’70, un sensazionalismo che non può certo essere mobilitato col termine sensuale di “decadenza”? Per quanto repellenti siano i connotati reali di questa parola, vediamo di farne un uso corretto. I romani del tempo di Caligola avevano le qualità necessarie per dar luogo a una decadenza; gli americani degli anni ’70, invece, hanno al più quelle per inscenare una festa in maschera.

Dobbiamo perciò chiederci seriamente che cosa abbiano realmente significato gli anni ’60, a che cosa abbiano portato, e dobbiamo infine esorcizzare il mistero che pende oggi sul capo di tutti coloro che riflettono: come siamo potuti precipitare in un simile abisso? Certo non si può tornare al mondo ingenuo, ascetico, “appartato” e lacrimoso che nel frattempo è stato colonizzato da un Steve Gasken e da “The Farm” (La fattoria). La coscienza – sia politica che morale, sia rigorosa che idealista – deve infondere sensibilità e deve essere inflessibilmente critica, oltre che costruttiva. Deve dissipare la falsità, l’ipocrisia e l’eclettismo in virtù dei quali concetti assolutamente inconsistenti possono tranquillamente convivere gli uni accanto agli altri. Il libro di Mark Satin, New Age Politics, non ha nulla di eccezionale: offre un ciliegino a tutti. Nella sua nauseante dolcezza, è sintetico quanto il marxismo e il liberalismo che pretende di trascendere. Ma c’è ben altri che Satin. A dispetto del compianto Fritz Schumacher, una società libera decentralizzata, fondata sull'”economia buddista”, è del tutto incompatibile con la proprietà privata e con le corporazioni multinazionali. E checché ne dica Bucky Fuller, l’utopia ecologica è del tutto incompatibile con la costruzione di una cupola di plastica sopra Manhattan e con le astronavi spaziali. Infine, per quanto ne dica Barry Commoner, un mondo libero dall’energia nucleare e dai veleni che inquinano l’ambiente è del tutto incompatibile con il razionalismo industriale del socialismo marxista. Si potrebbe compilare un lungo elenco di opere inconsistenti, nelle quali il concetto rivoluzionario dell’azione diretta coesiste con futili “strategie” di riforma elettorale, il controllo popolare dei processi sociali convive con i partiti politici gerarchici, un modo di vita più semplice e ricco di significato convive con la propaganda per la “semplicità volontaria” operata dallo Stanford Research Institute al fine di sfruttare uno dei “mercati” del futuro in più rapida espansione.

Questo miscuglio ideologico acritico, così diffuso nella nostra epoca, riflette pateticamente una condizione di sradicamento presente non solo nelle realtà esistenziali della vita quotidiana, ma anche nello spirito e nella psiche dell’individuo, che s’impoverisce sempre più in conseguenza del continuo depauperamento della vita sociale.

Dobbiamo liberarci dal vincolo dell’adattamento, che attanaglia oggi la nostra vita e il nostro pensiero, dal miraggio del successo e del potere, che finisce per farci deporre cinicamente gli ideali più preziosi; dalla volontà pragmatica di ottenere un effimero consenso rispetto ad obiettivi specifici mentre, di fatto, quelli più importanti e di più vasta portata non vengono minimamente compresi. Questo terrore regressivo dell'”isolamento” porta a “vittorie” immediate che nutrono, a lunga scadenza, il germe della sconfitta. La più grave di queste sconfitte è lo sconvolgimento degli stessi principi e degli obiettivi radicali. Che cosa hanno conquistato quegli idealisti che dirigono gli uffici e le commissioni governative e che si fanno beffe dei propri ideali? L’apertura di un “Ufficio di programmazione tecnologica” o di un altro equivalente, significa forse che il governo ha fatto proprie le implicazioni sociali e culturali della tecnologia alternativa o non significa, invece, che la tecnologia viene ‘programmata’ in funzione di obiettivi cinicamente manipolatori? La storia dell’amministrazione Carter a Washington e dell’amministrazione Brown a Sacramento dimostra come individui dotati e bene intenzionati abbiano appreso le “tecniche” della manipolazione – o siano stati irrimediabilmente corrotti con l’inganno.

Ciò che vale per i singoli individui vale ancor più per i movimenti. Il movimento “antinucleare” sta lentamente disgregandosi ad opera di quegli artisti del “successo” la cui innata ostilità nei confronti dell’azione diretta conduce migliaia di attivisti ad impastoiarsi nella politica ambientale di tipo più convenzionale, così come molte organizzazioni comunitarie tendono a dimenticare che le loro azioni devono essere finalizzate all’organizzazione delle strutture comunitarie ed educative, e non all’accaparramento dei voti per le elezioni municipali. Viviamo in un mondo di “politica rapida”, assai simile a quello alimentare della “cucina rapida”. Un rapido morso, un boccone deglutito in fretta, un rutto e siamo momentaneamente “soddisfatti” – e tutto ciò a discapito della nutrizione, che richiede cure, attenzioni, preparazioni laboriose, ma ci fornisce sostanze vitali ed energiche preziose. Ci sono già abbastanza persone – i Ralph Nadar, i Michael Harrington, gli Irving Howes e, ancor più tremendi, i Ted Kennedy e i Jerry Brown – che si battono per la riforma dello status quo e fanno sembrare razionale una società irrazionale. I truccatori – che imbellettano e profumano questa società di Vogue – abbondano ovunque. È ora che si alzino voci capaci di colpire nel cuore stesso dell’irrazionalità e che chiedano di sostituire ad essa una società, una comunità, una personalità e una sensibilità del tutto nuove.

Quando mai la storia ha detto che nei periodi non rivoluzionari i rivoluzionari devono abdicare dalla funzione di contribuire allo sviluppo delle coscienze? O che le loro “strategie” e le loro “tattiche” sono “fallimentari” perché mancano di ampi consensi da parte degli schieramenti amorfi e riformisti impreparati a sostenere un processo radicale di trasformazione sociale? Chiunque si definisce rivoluzionario e valuta poi il proprio successo in termini di tecniche, di forme politiche e di “strategie” per l’accesso a schieramenti del tutto alieni dimostra di aver tradito i propri ideali in favore della manipolazione, gli obiettivi di ampia portata in favore di un successo momentaneo, la critica radicale in favore dell’accomodamento e comunque, sempre, la causa rivoluzionaria. Non possiamo permettere che le rivendicazioni libertarie siano zittite dai clamori di conquiste immediate e di effimeri successi – a meno di non voler zittire anche l’ultima voce in favore dell’emancipazione dello spirito umano.

Non c’è pensiero più traditore di un pensiero incompleto, così come non c’è rivoluzione più pericolosa di una rivoluzione incompleta. Comment cercherà di seguire fino in fondo la logica di tutti i problemi proposti, così come cercherà di seguirne gli agganci e le connessioni con tutti gli altri problemi del nostro tempo. Soprattutto, cercherà di essere coerente, di individuare un punto focale comune che consenta di stabilire un rapporto unico tra ecologia e dominazione, tra dominazione e gerarchia, tra gerarchia e sessismo, tra sessismo e individualità, tra individualità e libertà basata sull’autogoverno, sull’autodeterminazione, sullo sviluppo autonomo dell’individuo. A questo aggiungerei subito il rapporto esistente tra problemi economici e valori culturali, tra coscienza di classe e coscienza rivoluzionaria, tra sfruttamento economico e oppressione spirituale, tra tecnologia industriale e tecnologia alternativa. Comment cercherà di scoprire ciò che unisce tutti questi fili, apparentemente diversi e incompatibili, in un tutto omogeneo, ciò che li solidifica in un aggregato rivoluzionario che conferisce significato agli avvenimenti e ai problemi. Un grande rivoluzionario, Josef Weber, affermò una volta che ora si può giungere al centro partendo da qualsiasi direzione. È questo centro che Comment analizzerà ed esplorerà, finché la dedizione agli ideali rivoluzionari cesserà di essere intuitiva e istintiva, ma si imporrà con la forza di una piena coscienza, di una chiara prospettiva e, perché no, di una capacità artistica. Comment non cesserà mai di occuparsi del problema della degradazione della rivoluzione in riformismo, della libertà in giustizia, dell’organizzazione in gerarchia, dell’anarchismo in sindacalismo, del comunismo in marxismo, dell’ecologia in ambientalismo, della comunità in urbanesimo, dell’utopia in fantascienza. Certo molti di questi concetti richiedono chiarimenti ed una nuova definizione; a molti lettori potranno parere abbastanza compatibili gli uni con gli altri, addirittura congruenti come termini e come obiettivi. Questo farà parte dell’avventura ideologica che vivremo insieme nei prossimi numeri di Comment, del processo comune di evoluzione della rivista e dei suoi lettori, nel corso del quale ciascuno completerà e definirà i concetti che nell’altro sono vaghi e incompleti e porterà a un livello di maggiore comprensione reciproca quelli che già sono definiti e completi.

Comment non cerca un pubblico di “massa”. Credo che nessun periodico rivoluzionario possa più accettare il concetto di “massa”, così come una vera e profonda rivoluzione non può essere intrapresa da persone che manchino di individualità. Se Comment crescerà, se riempirà il vuoto creato nella stampa radicale dalla scomparsa di Ramparts, di Liberation e, recentemente di New Times, sarà perché punterà sulla qualità dei contenuti e non sulla quantità dei lettori; perché non si limiterà ad esporre dei fatti, ma li analizzerà, perché offrirà una solida unità di pensiero, e non una speciosa “arena” che consenta a idee diametralmente opposte di trovar posto, fianco a fianco e in tutta tranquillità, sullo stesso numero. Naturalmente, rifuggirà da qualsiasi forma di giornalismo pre-digerito, che intrattiene più che informare. A questo compito educativo Comment è chiamata non per scopi retorici, ma per convinzione e in virtù del suo intrinseco anarchismo e delle sue idee libertarie.

A rischio di sembrare monotono, vorrei ribadire che è tempo di prendere possesso di noi stessi – perché non è solo la società ad essere in pericolo di disfacimento, ma l’uomo stesso come individuo. Per l’intellighenzia americana gli anni ’70 sono stati un periodo di riflusso mascherato da progresso, di indifferenza camuffata da tolleranza, di piccoli piaceri contrabbandati come edonismo, di insicurezza spacciata per cinismo. Il profondo senso di paura che pervade i “figli” degli anni ’60 deriva dalla realtà tangibile della coercizione e della sorveglianza esercitate dallo stato organizzato, una realtà contro la quale già dieci anni fa avevo messo in guardia nell’editoriale redatto per Anarchos. Per la maggior parte del popolo americano, gli anni ’70 sono stati un periodo di frustrante impotenza dissimulata come apatia. Questo popolo non ha “tradito” nessuno – né la “nuova sinistra”, che ha trasformato la rivoluzione in un’opera buffa cercando di conquistare il potere senza l’appoggio popolare, né i “figli dei fiori”, che ingenuamente si aspettavano che i soldati della Guardia Nazionale, a Kent, ornassero di rose i loro fucili.

Tuttavia, c’è ancora troppo in cui sperare, perché possiamo sentirci abbandonati dalla storia. Le speranze suscitate dalla tecnologia moderna, che potrebbe liberare l’umanità intera dalla povertà materiale e dalla schiavitù del lavoro, sono ancora vive e reali, sia che decidiamo di mantenere questa stessa tecnologia, sia che decidiamo di sostituirla con una tecnologia più ecologica. Resta comunque il fatto che la storia ci concede il lusso di decidere – un lusso che nessuna epoca prima della nostra ha potuto godere, poiché la storia si costruiva sopra la testa degli schiavi e dei servi. La razionalità, il fervore e la speranza di un futuro utopico sono ancora latenti in noi e riemergono ad ogni nuova generazione, ad ogni nuovo ciclo naturale e vitale. Nel caso che vi sembri troppo severo, troppo critico, permettetemi di concludere queste note con un brano tratto dall’editoriale con il quale inaugurai Anarchos. Anche se furono scritte negli anni ’60, queste parole restano, a mio avviso, valide ancora oggi:

Crediamo che i movimenti rivoluzionari non possano più limitare la propria azione stimolatrice delle coscienze ad una semplice critica della società. La critica deve ormai comprendere anche la visione della ricostruzione globale di una civiltà non repressiva, dello sviluppo utopico basato sulle possibilità oggettive, materiali. Il futuro deve vivere, palpabilmente, nel presente. Perciò, i movimenti rivoluzionari non possono più criticare la miseria dei ghetti e dell’urbanesimo moderno senza offrire la visione liberatoria di una comunità libera e di una nuova polis. Non potranno più criticare lo spettacolo di una falsa esistenza – l’asservimento degli esseri umani ai beni di consumo, dei rapporti umani ai rapporti gerarchici – senza evocare una nuova prospettiva di esperienza quotidiana e di solidarietà sociale. Non possono più criticare il carattere repressivo della vita privata – la famiglia patriarcale, la socializzazione autoritaria dei giovani, la sostituzione del condizionamento all’istruzione – senza offrire una nuova visione di libera associazione tra i sessi, tra le diverse generazioni, e di pieno autogoverno della vita individuale come di quella sociale (…). L’intensità delle possibilità future suscita pari reazioni da parte dell’ordine costituito in difesa del passato. Come la situazione si evolve oggi in senso rivoluzionario verso una civiltà liberata e non repressiva, così esso rischia ad ogni momento di precipitare verso la barbarie più selvaggia e totalitaria. Il movimento rivoluzionario deve riconoscere la necessità di elevare la coscienza sociale al massimo grado di ogni situazione e la sua attività deve svolgersi all’insegna della massima sensibilità. Mai prima d’ora si è reso necessario coordinare la pratica quotidiana con un’analisi accurata e continua della situazione; anticipare gli sviluppi (…) e, soprattutto, acquisire chiaramente la consapevolezza della direzione in cui muoversi – nella teoria come nella pratica – negli eventi futuri. È questo il compito che ci assumiamo (…) e per il quale chiediamo il vostro aiuto e la vostra partecipazione.

http://www.socialismolibertario.it/comment.htm