Il ponte sullo Stretto…da Costa a Costa…

Enrico Costa, neoministro dichiara:

Il Ponte sullo Stretto «non è solo un’idea affascinante. È una scossa decisiva per rilanciare occupazione e sviluppo nel Mezzogiorno. È di questo che bisogna ragionare al di là di facili suggestioni. So che il tema è già all’attenzione del governo e so che stiamo parlando di un’idea realizzabile. Di più per ora non credo di poter aggiungere visto che sono ministro da meno di due giorni».

Massimo Costa,  perché dico No al Ponte:

La Sicilia, come tutte le grandi isole europee, si unisce logisticamente al Continente per via aerea o per via delle Autostrade del Mare. I Siciliani andranno sempre più a Roma, Berlino, Parigi o Londra, per via aerea, non certo con il treno o in macchina. Il Ponte serve solo per unire la Calabria alla Sicilia, e mi pare un po’ pochino per gli investimenti che richiede: sarebbe come unire con un ponte le isole di Creta e Rodi, uno spreco inutile e pazzesco.

L’Area dello Stretto è sede di una faglia sismica intercontinentale. La storia di Messina e Reggio è costellata da un grande terremoto ogni 100 anni circa. Alla fine dell’opera, sì è no, essa durerebbe alcuni decenni, se va bene; dopo fatalmente andrebbe in rovina, lasciando un rudere ad impatto ambientale devastante, vero monumento allo squallore.
Lo Stretto è sede di uno scenario naturale e ambientale unico al mondo, che fa parte del mito da cui nasce la stessa cultura europea e occidentale: Scilla e Cariddi. Sfregiarlo significa recidere uno dei paesaggi più suggestivi al mondo. Fra cinquant’anni i nostri figli avrebbero soltanto vergogna della nostra barbarie.
Il ponte poi non conviene. Lo Stato oggi investe non più di 500 milioni l’anno (dati vecchi, 2012, oggi sono ancor meno, ma i dati CPT non sono pubblicamente disponibili) in Sicilia, quando questa avrebbe bisogno di circa 4 o 5 miliardi di spesa pubblica per investimenti in infrastrutture, senza le quali nessuno sviluppo sarà possibile, nessuno. Buttare 100 miliardi (ma da dove prenderli poi?) sul Ponte in non si sa nemmeno quanti anni, quando di qua e di là dallo Stretto ci sono solo le trazzere rotte, è un’offesa al buon senso, uno spreco arrogante che grida vendetta. E, per inciso, solo le briciole dell’indotto ricadrebbero sulla Sicilia, meno della spesa pubblica che le verrebbe accollata: si tratta solo di un business per note imprese edili italiane, punto e basta, in gran parte a spese nostre. Se lo Stato proprio ci ama, ripristini ad esempio, con fondi adeguati, il Fondo di Solidarietà Nazionale, e doti la Sicilia di strade, ferrovie, trasporti urbani, aeroporti e porti degni di un Paese normale. Un recentissimo studio della Regione (vado a memoria) stima in 28 miliardi il risanamento di tutta la rete stradale siciliana. Il risanamento di tutte le infrastrutture, tale da farci diventare un’Isola all’avanguardia, può valere il triplo? Si dice che è un libro dei sogni, che questi soldi né la Regione, né lo Stato, né l’Europa, né privati volenterosi li avranno mai, a meno di non vendere la Sicilia a qualche sceicco. Ebbene, tutti questi soldi sono meno di quelli che, a conti fatti, tenendo conto di inevitabili ritardi, maggiorazioni, penali, etc. costerebbe il ponte sullo Stretto di Messina. E quindi? I conti non tornano. Da dove spunta ora tutto questo “Ben di Dio”? Da nessuna parte. Si stanziano i primi 30 miliardi, si spendono, si mangiano, e poi si ricomincia, così, all’infinito, per 20 0 30 anni, finché un qualche mostro apocalittico di acciaio finirà per spuntare dalle acque.
Il ponte è un obiettivo militare fragilissimo e praticamente indifendibile. Tutta la logistica siciliana, e la nostra stessa sicurezza, sarebbe alla mercé di qualunque terrorista che volesse interromperlo. A meno di non militarizzare lo Stretto come il Pentagono. Sai che affare…
Ma queste motivazioni, che pure potrebbero essere meglio approfondite, sono solo il ballon d’essai. La questione vitale per me è un’altra. Con il ponte si stravolge la posizione e la stessa natura geografica della Sicilia. Essa non è più un’Isola, anzi cessa di esistere come Isola. Diventa punta “estrema” della Penisola. Questa, attenzione, è la ragione più importante, vitale per la nostra stessa esistenza economica, demografica, politica e istituzionale. Attenzione, attenzione al laccio che ci stanno tendendo! Approfondiamo questo aspetto.
Intanto, senza averla mai appieno sfruttata, la Sicilia perde di colpo il carattere dell’insularità. L’insularità, protetta dai trattati europei, consentirebbe di avere fiscalità di vantaggio, norme speciali, vantaggi compensativi per la continuità territoriale, come hanno quasi tutte le isole europee (tranne noi). Con il ponte l’Italia avrebbe ottimo gioco a negarceli per sempre. Ci resterebbe l’estrema marginalità logistica, ma perderemmo i vantaggi dell’insularità. Mai sfruttati, è vero, ma per altre ragioni, e prima fra tutte la mancanza di una forza politica nazionale siciliana. Ma questo è altro discorso. Ci dicono che lo Statuto non si può attuare perché lo vietano le norme europee. Pochi sanno però che esso sarebbe tutto recuperabile, per intero, proprio facendo ricorso all’insularità, facendo approvare protocolli ai trattati e regolamenti europei che, finalmente, prevarrebbero, sulla legislazione e sulla giurisprudenza italiana.
Poi, diventando punta estrema della Penisola, tutta la logistica dei trasporti finirebbe con l’affossare definitivamente la speranza di avere un nostro sistema di trasporti che colleghi in modo “normale” (non oso dire rapido) le città dell’Isola. Tutto sarebbe pensato, ancor peggio di ora, per collegare come tanti capillari, le varie parti dell’Isola soltanto a Roma e non fra di loro. Tutto di conseguenza sarebbe ancor di più accentrato a Roma. Tutto passerà dall’imbuto: le merci, i servizi, tutto. Le città siciliane non avranno più collegamenti tra Sicilia e Catania (altro che aggiustare la A 19), perché ormai superflui. La Sicilia sarebbe spezzettata in aree di interesse non comunicanti e configgenti tra loro, non avrebbe più massa critica e interessi comuni per far sentire una sola voce. In pratica la Sicilia non esisterebbe più neanche come Terra, come Nazione, come Popolo; sarebbe ridotta ad una mera espressione geografica. Il sogno dell’Italia, mai del tutto compiuto, diventa realtà. La Trinacria è morta.
Con il ponte sparisce per sempre il sogno di fare dell’area di Messina una zona di frontiera, e per ciò  vocata all’Off Shore con il suo Porto Franco, una specie di Malta, come è stata per secoli, prima della “dominazione italiana”. Al contrario essa sarebbe conurbata in una città ibrida, siculo-italiana, presidio in terra di Sicilia contro ogni velleità nazionale o indipendentista, a sua volta priva di ogni funzione economica e quindi condannata essa stessa ad un declino irreversibile.

Con il ponte sparisce per sempre il sogno di fare della Sicilia, una volta liberata dall’abbraccio mortale italico, il vero Centro del Mediterraneo, che si interfaccia direttamente con tutti i popoli e gli Stati rivieraschi, e si finisce per diventare nient’altro che l’avamposto dello Stivale, anzi il fondo dello Stivale, il capolinea di tutto. Come ora, ma anche peggio di ora, una Calabria al cubo, devastata, saccheggiata e abbandonata da tutti, priva di qualsiasi ruolo e peso in qualunque scenario.

Il ponte è il coronamento del sogno italiano di distruggere questa antica Nazione che le si contrappone a poche miglia di distanza. È un sogno antico. Franchetti diceva, nella sua famosa inchiesta scritta con Sonnino nella seconda metà dell’800, che bisogna “distruggere la civiltà siciliana” e sostituirla con quella italiana. Mussolini vagheggiò di “interrare” lo Stretto di Messina, cosicché finisse una volta per tutte questa storia dell’Isola, e vagheggio di distruggere tutta l’arte siciliana, tutta l’urbanistica, per ricostruire le città secondo un disegno rinascimentale, toscano, del tutto estraneo alla nostra cultura. È una violenza antica, sempre desiderata e mai realizzata, quella di annientarci con un gancio. Per la prima volta nella storia fu un Papa che, disconoscendo la natura di “provincia” a sé della Sicilia, distinta dall’Italia, tentò di farne un “ducato” come quelli italiani e di affidarlo a un suo feudatario, Roberto il Guiscardo, Duca di Puglia e Calabria. Ma suo fratello sventò questo tentativo, addirittura sottomettendo la Chiesa alla Corona in Sicilia, e il nipote, Ruggero II, trasformando lo Stato di Sicilia in Regno autonomo. La mira italica viene da lì, viene da lontano, e non è mai sopita.
E non a caso fu riproposta all’indomani dell’Unità d’Italia, e poi dai Governi più centralisti e più o meno autoritari: Mussolini, Craxi, Berlusconi e… Renzi. Il Ponte è un fatto geopolitico, non solo economico. Il Ponte è … “Fascista”, dove per fascista intendiamo il desiderio antico di annullamento identitario dell’Isola.
Vi diranno che se restate “Isola” resterete isolati e poveri… Potrei parlarvi della Calabria, ma lasciamo perdere… Se avessi abbastanza soldi pagherei a tutti un tour a Malta, alle Canarie, in Irlanda, alle Azzorre, alle Baleari e in qualche altra isola o arcipelago che sia “Stato” o “Regione autonoma vera”, ma vera veramente, non come noi solo sulla carta. Tornereste innervositi. Arrabbiati per come altri hanno fatto dell’insularità un brand, una fonte di reddito e di sicurezza, e noi che questo dono lo abbiamo avuto donato da Madre Natura dobbiamo pure sentire i tromboni stonati che ce ne predicano l’abbandono.
Io credo che di scempi, in Sicilia, l’Italia ne abbia ormai fatti abbastanza. Qualche amico mio, quando sente parlare di ponte, dice che gli viene in mente un desiderio opposto, di barriere, fortificazioni e dogane. Io non lo seguo in tanto isolazionismo, ma cordialmente lo capisco. La Sicilia ha bisogno di ricostruire se stessa, intanto senza l’Italia. Tutto ciò che fa l’Italia per noi, lo fa per drenare risorse e per distruggerci. Perché mai ora dovrebbe essere diverso?
Che i Siciliani si esprimano liberamente, ma per quel che mi riguarda… no a Renzi, no ad Alfano e no al Ponte!
Isola è bello!
[articolo su laltrasicilia.org  di Massimo Costa – sicilianiliberi.org]